Un tram che si chiama desiderio” nella lettura del regista Antonio Latella

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CATANIA -– Il prestigio nazionale ed europeo di cui gode il Teatro Stabile di Catania è dovuto in gran parte all’importante impegno produttivo che l’’ente sviluppa attraverso le produzioni proprie, presentate con grande successo in tournée nella penisola. A queste si aggiungono le coproduzioni realizzate con altre rinomate realtà teatrali: è il caso del nuovo allestimento di “Un tram che si chiama desiderio”, il capolavoro di Tennessee Williams, che lo Stabile etneo coproduce in questa stagione con Emilia Romagna Teatro Fondazione, per la regia di un artista del calibro di Antonio Latella, che si è avvalso della vibrante e intensa traduzione di Masolino D’Amico. Lo spettacolo, accolto in questi mesi con grande successo sui maggiori palcoscenici italiani, approda a Catania, alla sala Ambasciatori dal 10 al 22 aprile. Interpreti principali nomi di spicco come quelli di Laura Marinoni, Vinicio Marchioni ed Elisabetta Valgoi, affiancati da Giuseppe Lanino, Annibale Pavone, Rosario Tedesco. Le scene sono firmate da Annelisa Zaccheria, i costumi da Fabio Sonnino, le luci da Robert John Resteghini, il suono da Franco Visioli. Un tram che si chiama desiderio viene presentato per gentile concessione della University of the South di Sewanee nel Tennessee.

«Odio il realismo. Mettere in scena Un tram che si chiama desiderio è quindi una scommessa: bisogna usare una lente d’’ingrandimento per far diventare il testo qualcosa d’altro. Affrontare un testo così realistico e farlo diventare un atto poetico non è facile. Non amo molto far vedere il realismo in scena. Il luogo del teatro serve ad altro, serve a mettere in moto la nostra fantasia per poter viaggiare e riflettere sulle cose quotidiane, piuttosto che vedere la quotidianità in scena». Così parla Antonio Latella. Latella, regista di fama internazionale, particolarmente attivo in Germania (la sua attività si divide infatti tra Italia e Berlino), che ha recentemente fondato la compagnia Stabile/Mobile ed ha da poco concluso la sua esperienza come direttore artistico del Nuovo Teatro Nuovo di Napoli. Nell’ottobre 2011, nell’ultima edizione di VIE Scena Contemporanea Festival, ha debuttato con i primi due movimenti del progetto “Francamente me ne infischio” in cui la figura centrale di Rossella O’Hara è lo spunto per parlare dell’America. È sempre di America che si parla in Un tram che si chiama desiderio, scritto da Williams nel 1947 e noto al grande pubblico grazie al celeberrimo film di Elia Kazan, protagonisti Marlon Brando e Vivien Leigh. Un’’altra coincidenza nel percorso di lavoro di Latella, perché proprio la Leigh ha interpretato e reso celebre la Rossella di Via col vento.

Blanche, la protagonista femminile, nel lavoro di Latella è interpretata da Laura Marinoni che con il regista napoletano ha già lavorato nel 2007 in Le lacrime amare di Petra Von Kant di R.W. Fassbinder, spettacolo con il quale ha vinto il premio Eleonora Duse. Un cast d’’eccezione che oltre alla Marinoni vede in scena Vinicio Marchioni, che si è perfezionato alla scuola di Luca Ronconi e deve la sua notorietà all’interpretazione del personaggio ‘il Freddo’ nella serie televisiva ‘Romanzo Criminale’ vista su Sky; Marchioni è anche vincitore del Premio Biraghi alla scorsa edizione del Festival del Cinema di Venezia quale miglior attore per il film 20 sigarette di Aureliano Amadei.

«Arthur Miller – osserva ancora Latella – rimproverava Williams di non immergere i suoi personaggi in un concreto tessuto di circostanze storiche. Io credo invece che proprio questa sia la sua grandezza: svuotando i suoi testi da un contesto storico ha reso i personaggi memorabili, enormi ed universali, sembrano a tratti eroi ed eroine delle grandi tragedie greche, dove l’eroe questa volta accetta la decadenza del vivere quotidiano senza sfidare gli dei, ma lottando con le proprie ossessioni, proprio come fa Blanche, la protagonista del nostro testo, troppo ammalata di vita per riuscire a vivere. In lei tutto sembra menzogna, finzione, artificio ma quella maschera tragica è troppo dolorosa per non sgretolarsi e scoprire che l’urlo non è un buco in un volto di argilla ma è uno squarcio dell´anima impossibile da sopportare e che gli unici dèi moderni che possono salvarla sono i medici (figure spesso presenti nei testi di Williams). A loro ci si affida pur di morire vivendo in un lirismo di assenze, in un ultimo tentativo disumano che ci obbliga e ci costringe ad usare tutte le nostre forze pur di adeguare la realtà ad un ideale e vincere l´angoscioso senso di solitudine».

Una lettura che il regista segue con coerenza. «Nel testo Blanche pronuncia una battuta che credo sia rivelatrice: Non voglio realismi. Si capisce benissimo che l’’autore intende il realismo della messa in scena, non certo della scrittura. Tennessee Williams ha bisogno di raccontare la realtà intima che lo circonda attraverso la scrittura teatrale per poterla astrarre dalla vita quotidiana e renderla simbolica: tale procedimento rappresenta il punto più alto della sua ricerca. Per questo motivo mettere in scena i suoi drammi in chiave realistica rischierebbe di snaturare la crudeltà intrinseca alla sua scrittura. La battuta sul realismo che ho appena citato è la chiave di lettura del mio allestimento. Ho capovolto la storia concentrandomi sulla scena finale in cui Blanche si abbandona al medico che la allontana dalla casa. Da questa prospettiva lei rivive l’intera vicenda a ritroso come in una seduta di analisi. Gli spettatori vedranno quindi l’intero dramma accadere nella testa di Blanche, come se si trattasse della memoria di una vicenda filtrata dai suoi occhi. Credo che da questa prospettiva il testo possa assumere una dimensione contemporanea: la sua mente diventa il luogo dell’azione, lo spazio scenico. La scena è colma di oggetti quotidiani: un tavolo, un frigorifero, una sedia, un letto… Per me era importante ricostruire l’’ambiente domestico e poi trasformarlo in ambiente psichico: gli oggetti in scena sono memoria di se stessi, hanno perso la loro funzione d’’uso per diventare proiezioni della mente di Blanche. Per questa ragione gli oggetti non ricevono luce ma illuminano, non subiscono il dramma ma contribuiscono a diffonderlo. Mi piace pensare ai primi film di Wim Wenders in cui gli oggetti creavano universi con le loro ombre, con le loro proiezioni. Annelisa Zaccheria ha svolto un lavoro straordinario trasformando la casa in un labirinto della mente, al centro del quale ha posto un faro da 5000 watt che sovraespone costantemente la protagonista. In questo senso, la scenografia diventa drammaturgia, drammaturgia del pensiero».

COMUNICATO STAMPA

UN TRAM CHE SI CHIAMA DESIDERIO

di Tennessee Williams

traduzione di Masolino D’Amico

regia Antonio Latella

con Laura Marinoni, Vinicio Marchioni, Elisabetta Valgoi,

Giuseppe Lanino, Annibale Pavone, Rosario Tedesco

scene Annelisa Zaccheria

costumi Fabio Sonnino

luci Robert John Resteghini

suono Franco Visioli

Un tram che si chiama desiderio viene presentato per gentile concessione

della University of the South, Sewanee, Tennessee

produzione Emilia Romagna Teatro Fondazione, Teatro Stabile di Catania

Teatro Ambasciatori , dal 10 al 22 aprile 2012

Marchioni,_Marinoni

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