I Giganti della Montagna di Pirandello

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CATANIA – Chi ucciderà l’Arte? Forse l’Arte stessa, bruciata dal sacro fuoco che pure la alimenta. L’Arte, magnifica ossessione destinata a schiantarsi contro il rifiuto e l’insensibilità del potere materiale. È un epilogo affatto consolatorio quello che Stefano Pirandello ha steso di suo pugno per I Giganti della Montagna, l’incompiuto capolavoro del padre Luigi, che avrebbe indicato al figlio in limine mortis la soluzione cercata per anni. Il finale “aggiunto” sarà ora per la prima volta recitato come testo che integra la messinscena: è questa la scelta adottata dal regista Giuseppe Dipasquale, direttore del Teatro Stabile di Catania, per il nuovo allestimento in programmazione alla sala Verga dal 20 aprile al 12 maggio).

La produzione di grande formato si avvale delle scene di Antonio Fiorentino, i costumi di Elena Mannini, le musiche di Marco Betta, i movimenti coreografici di Donatella Capraro, le luci di Franco Buzzanca. Di prestigio il cast degli interpreti che vede nei ruoli principali Magda Mercatali (Ilse, la Contessa), Vincenzo Pirrotta (Cotrone), Gian Paolo Poddighe (il Conte), affiancati da Anna Malvica, Vitalba Andrea, Giancarlo Condè, Barbara Gallo, Enzo Gambino, Camillo Mascolino, Plinio Milazzo, Giampaolo Romania, Sergio Seminara. In scena agiscono ancora i neodiplomati della Scuola d’Arte drammatica dello Stabile etneo, intitolata ad Umberto Spadaro: tredici giovani che rispondono ai nomi di Lucia Fossi, Luca Iacono, Marina La Placa, Liliana Lo Furno, Alberto Mica, Viviana Militello, Nicola Notaro, Ramona Polizzi, Lucia Portale, Francesco Russo, Clio Scira Saccà, Giorgia Sunseri e Irene Tetto.

Come e più che in altre sue opere, nei Giganti della Montagna Luigi Pirandello avverte acutamente quanto l’Arte, libera manifestazione dello spirito, sia nel suo esercizio costantemente minacciata da nemici più o meno consapevoli. Una preoccupazione particolarmente esasperata nella versione raccolta da Stefano Pirandello, che si può leggere in “Maschere nude”, laddove l’Arte risulta innocente vittima sacrificale della propria incontenibile volontà di pervadere tutto e tutti, esito tragico di una pièce su cui il grande Girgentano si tormentò per un quasi un decennio, a partire dall’estate 1928. Tra il 1931 e il 1932 ne pubblicò un atto intitolato I Fantasmi sulle riviste «La Nuova Antologia» e «Il Dramma»; un secondo atto apparve con il titolo definitivo in «Quadrante»; quindi il completamento (terzo atto, quarto momento), sunteggiato da Stefano, schivo narratore e drammaturgo, la cui parabola umana e artistica risentì peraltro molto della schiacciante figura paterna.

La prima rappresentazione (regia di Renato Simoni, interpreti Memo Benassi, Andreina Pagnani, Carlo Ninchi e Salvo Randone) avvenne a Firenze nel 1937, un anno dopo la morte di Luigi Pirandello: successo postumo per l’autore che dopo Lazzaro e La nuova colonia aveva voluto dedicare ai giganti il terzo titolo del suo “ciclo del mito”, focalizzando l’attenzione su queste figure ricorrenti nella mitologia greco-europea.

«Nel Pantagruel – osserva Giuseppe Dipasquale – Rabelais narra che per trovare l’origine della stirpe dei giganti occorreva risalire a quando la terra era stata fecondata dal sangue di Abele. Dunque un assassinio, un fratricidio, aveva dato vita all’immaginifica e meravigliosa anomalia dei giganti. Non sappiamo se Pirandello ricordasse il passaggio rabelaisiano, certo è che un omicidio si compie anche in questo caso: quello di Ilse, detta la Contessa. Capocomica di una compagnia di attori girovaghi venuta a redimere (o semplicemente a toccare se non nel cuore negli orecchi) con la semplice Favola del figlio cambiato gli orgiastici giganti dediti a premonitori bunga bunga. Ma cosa possono mai farsene di una favola i giganti, pieni della loro saturante realtà? Cosa può Ilse, che neanche il mago contadino Cotrone, dominatore del Kaos, può convincere a desistere, di fronte alla pienezza persuasa dei Giganti?»

È dunque la passione teatrale che conduce la Contessa ad una fine tragica e violenta. «Si potrebbe osservare – evidenzia Dipasquale – che nell’incompiuta opera Pirandello non scrive affatto la morte di Ilse. Ebbene, non arriva a scrivere neanche la discesa dei Giganti: interrompe l’opera sulla paura di Diamante, mentre il Conte chiede senza risposta alla moglie: “Ma tu non hai paura, Ilse? Li senti?” Gli Scalognati, che tutto hanno poiché nulla possiedono, possono vedere i Giganti, possono sentirli, possono provarne paura, a differenza dei Comici, che, recitando per mestiere la vita di un altro, come dice Cotrone, non hanno il dono di sentire la paura. Per questo Ilse, l’Arte, sarà stritolata dai Giganti».

Se Ilse è l’Arte, l’Arte è donna: perciò il sacrificio dell’eroina pirandelliana ben s’inserisce nel cartellone dello Stabile etneo, intitolato “Donne. L’altra metà del cielo” e dedicato dal direttore Giuseppe Dipasquale all’universo femminile. Nella sua lettura registica I Giganti della Montagna si discostano dalla consueta dimensione metateatrale di “teatro nel teatro”, privilegiando piuttosto la dinamica interna del dramma, le zone d’ombra di una profonda spiritualità “agli orli della vita”, in premonizione e contemplazione della morte: prospettiva che esalta la dialettica dolorosa e inquietante del testo, emblematica “rappresentazione” del conflitto tra ragione e poesia, immaginazione e realtà, come conferma la testimonianza di Stefano, depositario dell’autorevole dettato.

Nota ancora Dipasquale: «Pirandello sogna il finale, così comunica al figlio: c’è un ulivo saraceno e una grande tela, in mezzo alla scena, con cui ha risolto tutto. Un colpo di scena nel finale della sua vita, che coincide con il finale della sua più grande opera: dietro quella tela, in mezzo alla scena, ci saranno i Giganti. Li sentiremo arrivare, ne avremo paura, ma non potremo vederli, né il Teatro riuscirà a mostrarceli. Questa estrema impossibilità è anche l’estremo atto di denuncia del limite dell’Arte nei confronti della Vita. Di ciò che non può essere detto (visto) è meglio tacere (immaginare)».

L’ultimo atto di Stefano Pirandello registra così il cinico trionfo (temporaneo?) della plutocrazia, un’oligarchia che domina un popolo non educato all’Arte e quindi incapace di apprezzarla. Pubblico che si fa massa omicida, al punto di annientare la coraggiosa, irriducibile Ilse, ridotta a inanimato fantoccio, mentre non c’è traccia dei corpi sbranati di alcuni attori che si sono buttati nella mischia per difenderla. Delitto orrendo e impunito, se a risarcirlo basta il dio denaro.

Il racconto è metafora dello scempio della Cultura che ciclicamente ritorna: quello che Pirandello, in una lettera a Marta Abba, definiva «la tragedia della Poesia in questo brutale mondo moderno».

L’Arte è morta? Chi la farà risorgere dalle proprie ceneri? Ancora una volta l’Arte medesima. Ma solo – avverte Cotrone – se questa saprà preservare se stessa da riluttanti e perniciosi destinatari, individuando i percorsi per “comunicare” la propria missione, persuadere, farsi accogliere.

Scene di Antonio Fiorentino, costumi Elena Mannini, musiche Marco Betta,

Movimenti coreografici Donatella Capraro, disegno luci Franco Buzzanca

Interpreti principali: Magda Mercatali, Vincenzo Pirrotta, Gian Paolo Poddighe

E se invece avesse ragione Ilse? Se fosse proprio la “passione” assoluta, se fosse il sacrificio incondizionato il tributo necessario che ha consentito alle Muse di accompagnare la Storia dell’Uomo?


I_Giganti__della_Montagna_-_Poddighe,_Pirrotta,_Mercatali

2 commenti

  1. Chi ucciderà l’Arte? La domanda è Chi ucciderà l’Arte oltre alle pessime ed ignobili maîtresses poste a dirigere i teatri pubblici italiani?

  2. Assolutamente inesatto asserire che Di Pasquale metta “per la prima volta” in scena il finale di Stefano Pirandello. In tempi recenti (2009) lo ha fatto Federico Tiezzi nel 2008-09 in una fortunata edizione. Precedentemente se non sbagliamo la stessa soluzione fu adottata da Giuseppe Di Martino, regista assai noto al Di Pasquale.

    Ettore

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