Vade retro

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“Niente cittadinanza al Dalai Lama per evitare ritorsioni dalla Cina”, con queste parole Enrico Mentana presenta la notizia che Milano fa dietrofront sulla proposta dopo le pressioni arrivate da Pechino.

Rimandata sine die la decisione del consiglio comunale di Milano di conferire la cittadinanza onoraria al Dalai Lama, in occasione della visita della massima autorità religiosa buddista nel capoluogo lombardo dal 26 al 28 giugno. Il dietrofront sarebbe dovuto alle pressioni da parte della Cina, che considera il Dalai Lama un “pericoloso separatista”.

Il sindaco Pisapia riceverà comunque l’uomo che viene in pace, ma ciò non toglie che la città ha fatto una brutta figura, si era deciso  che, come è già accaduto in altre città: Roma, Torino e Venezia,  avrebbe dovuto consegnare le chiavi di Milano al leader buddista, e ora si rimangia tutto. I motivi? Perché incombe l’Expo. I timori di possibili ripercussioni nei rapporti tra la città che ospiterà l’Expo 2015 e la Cina, che avrà uno dei padiglioni più importanti, hanno vinto sul simbolo di pace. Le perdite economiche per l’ ingente investimento cinese per il suo padiglione e le entrate legate al milione di visitatori attesi per il 2015 hanno vinto sul vento di libertà tibetana.

La retromarcia milanese è causata dalle pressioni del console cinese che interpreterebbe il gesto come una scortesia amicale, Pisapia ha  assicurato che “noi non accettiamo diktat da nessuno, siamo autonomi,  non vogliamo creare inimicizia ma pace”. La realtà che Milano è sotto ricatto. La paura di compromettere i rapporti con il gigante asiatico, avrebbero congelato la cittadinanza al simbolo della pace e della libertà.  Vedere che il Comune di Milano tentenna su un gesto simbolico, ma importante, è triste.  Anche perché il Dalai Lama se lo merita, per la grande personalità spirituale che è, e per quello che rappresenta.

Le difficoltà ricordano una replica dell’ultima visita del leader spirituale buddista al capoluogo lombardo,  quando  nel 2007  il sindaco Letizia Moratti   incontrò  il premio Nobel,  fuori dai crismi dell’ufficialità. Allora la posta in gioco era l’imminente voto per conquistare Expo. Nel 2011 anche il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama dovette fare i salti mortali per non incappare nell’ira della Repubblica popolare.  Ogni volta che il Dalai Lama, leader spirituale in esilio in India dei buddhisti tibetani, viaggia all’estero si pone per i governi la questione di come riceverlo. Insomma questo minuscolo uomo, tutto mani giunte e occhi bassi, fa paura e chi si azzarda a ricevere con i crismi dell’ufficialità il Dalai Lama va incontro a ritorsioni, solitamente di tipo commerciale. Fa paura il segnale politico chiaro, che il Dalai Lama incarna, la lotta per i diritti umani, la non violenza, il dialogo  contro l’oppressione.

E ora che la vicenda della delibera per concedere al leader spirituale tibetano le chiavi della città si è trasformata in un caso diplomatico, le polemiche aumentano.  E chi  non ama l’Expo a causa degli enormi costi per la sua  realizzazione avrà un motivo in più per non farselo piacere.

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