La forza di andare avanti

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EQUITALIA-MEGA800-770x507Nelle scorse settimane hanno suscitato scalpore le proteste, a volte anche molto forti ed estreme, messe in atto da cittadini esasperati dai modi di riscossioni usati da Equitalia.

L’ente di riscossione aveva fatto sapere che “il sensazionalismo alimenta la violenza” e che era “inaccettabile continuare a scaricare irresponsabilmente su Equitalia la colpa di gesti estremi e situazioni drammatiche, che hanno invece origini diverse e lontane e che stanno esplodendo solo oggi a causa della crisi economica. Si tratta di eventi tragici da non spettacolarizzare, per i quali Equitalia esprime profonda vicinanza alle famiglie coinvolte”.
Il Presidente del Consiglio, Mario Monti, per rassicurare gli italiani, aveva invece annunciato che era allo studio un innalzamento del tetto per iscrivere l’ipoteca sulla casa, che novità ci sarebbero state sulle rateizzazioni dei debiti, e che si pensava a strutture create ad hoc per occuparsi dei casi dei singoli contribuenti.

Belle parole, bei progetti. Nei fatti, però, i contribuenti continuano a subire. Anche in casi che hanno del paradossale, che a volte rasentano l’idiozia.

Come quello di Michela, il nome è inventato, che da 4 anni sta cedendo il quinto del suo stipendio a Equitalia per un debito che l’azienda del suo convivente, e della quale lei era la titolare, aveva nei confronti dell’Inps.

«In realtà io ne ero solo il prestanome. Nei fatti, l’azienda, che si occupava della vendita di sistemi di illuminazioni per discoteche, era gestita dal mio compagno. Dopo una prima fase in cui le cose andavano bene, alla fine degli anni novanta,  a causa di una cattiva gestione amministrativa, l’azienda non è riuscita più a vendere i propri prodotti. Così, all’inizio del 2000, dopo essermi accorta della pessima situazione finanziaria in cui versava la “mia” ditta, ho deciso di cessare l’attività, credendo di poter uscire da una situazione che non mi era mai appartenuta. E con la chiusura sono cominciati i miei guai».

Guai che si chiamano debiti. Una montagna di debiti.

«Fino a quel momento non mi ero mai interessata di quello che succedeva in azienda. Per me tutto andava bene. Mi sono resa conto che avevo vissuto in una sorta di “Truman show” solo quando i creditori hanno iniziato a telefonarmi ogni giorno, a casa per reclamare i loro diritti».

350 milioni di lire. A tanto ammontavano i debiti cui Michela ha dovuto di punto in bianco fare fronte.

«Avevamo debiti con tutti i nostri fornitori, oltre che con l’Inps per i contributi non versati. Io all’epoca non lavoravo, facevo la mamma a tempo pieno, per cui mi sono ritrovata in una situazione veramente drammatica con da una parte i fornitori che, giustamente, chiedevano i loro soldi, e dall’altra un uomo che mandava a vuoto ogni occasione per concordare con loro un piano di rientro dai debiti. Questa situazione ha messo in crisi il nostro rapporto. Così ci siamo separati e ho dovuto cercare un lavoro per dar da mangiare ai miei due figli. E siccome in pratica ero nullatenente, i nostri creditori si sono dovuti accontentare di poche briciole».

Con l’Inps, invece, le cose sono andate diversamente.

«Mi sono messa a lavorare, ho fatto di tutto, dalla donna delle pulizie, alla barista. Spesso si trattava di lavoretti in nero. Ma quando, finalmente, trovato un lavoro come impiegata presso una cooperativa, credevo di essermi liberata del passato, circa quattro anni fa, l’Inps si è di nuovo fatta viva e, attraverso Equitalia, ha iniziato a pignorarmi il quinto del mio stipendio».

Uno stipendio, circa 900 euro al mese dai quali bisognava sottrarre i 200/250 euro del quinto, che non le permetteva certo di vivere nella bambagia, specialmente se con quei soldi devi anche pagarci l’affitto e dar da mangiare ai tuoi figli.

«Ma io, da brava formichina, riuscivo ad arrivare a fine mese e, a volte, anche a mettere da parte qualche euro per i giocattoli dei bambini, per portarli al mare d’estate, o per festeggiare alla grande i loro compleanni».

Tutto ciò è andato avanti fino a qualche giorno fa, quando Michela si è vista recapitare una lettera di Equitalia in cui l’ente di riscossione le intimava di saldare entro 20 giorni il suo debito, che nel frattempo era diventato di circa 31.000 euro, se non voleva incorrere nel fermo amministrativo dell’auto. È una cosa che Michela non riesce a spiegarsi e che non capisce.

«Mi fermeranno la macchina perché è la sola cosa che possiedo. A scopo cautelativo, dicono.  Non mi spiego però perché, dopo quattro anni di pagamenti regolari, Equitalia una mattina si sveglia e decide di fermarmi l’auto. Che cosa sarà mai successo? Boh! Oltretutto si tratta di una decisione illogica, assurda. Perché la mia è una vecchia macchina che varrà sì e no un paio di migliaia di euro. Capisco se si fosse trattato di un Suv da 40.000 euro… ma con la mia come possono cautelarsi? Ma poi non si rendono conto che, lavorando in diversi comuni della provincia dove risiedo, per me la macchina è uno strumento di lavoro? Se non mi permetteranno di usarla, come farò ad andare a lavorare e, di conseguenza, continuare a restituire il debito?».

Sono riflessioni che hanno un senso, quelle di Michela. Così come quelle che hanno chiuso la nostra chiacchierata.

«Sono arrabbiata e disperata! Quattro anni fa ho accettato di pagare senza fiatare per un debito che nei fatti non era mio. Forse ho sbagliato, ma l’ho fatto per amore. So che queste spiegazioni non interessano all’Inps, ma ormai mi sono presa quest’impegno e voglio portarlo fino alla fine. Solo che adesso, il blocco della macchina non mi sembra altro che un atto di crudeltà gratuita. L’altro giorno sono stata alla sede di Equitalia e mi sono resa conto che se la stanno prendendo con gente disperata, con gente che di mestiere non fa certo il delinquente. Quel giorno c’era un signore arrabbiatissimo che andando via ha urlato “E adesso che cosa mi pignorate? Adesso che non ho più niente…”. Capisco le regole, capisco che devo pagare, ma non toglietemi anche lo strumento che mi permette di guadagnare e, di conseguenza, di continuare a pagare. Questo non vuol dire essere esattori; questo vuol dire essere dei torturatori; vuol dire cercare di fare più male possibile al debitore. Ma così facendo, come si può trovare la forza e il coraggio per andare avanti?».

Crediamo che non occorra aggiungere altro.

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