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Un vero esordio quello presentato da Mariapia Veladiano, pubblicato nel prestigioso catalogo Einaudi Stile Libero nel Febbraio 2012.

Mariapia ha collaborato per molti anni con una testata religiosa ed ha vinto anche il Premio Calvino, affascinando con il suo particolare stile di scrittura l’Einaudi.

Il messaggio di questo libro è trasmesso al pubblico attraverso delle rivelazioni forti fatte di parole sincere e profonde, parole tratte da una storia reale, autentica di donna.

E’ la storia di una bambina brutta che già dalla nascita, viene rifiutata dalla stessa donna che le ha donato la vita, la sua mamma, per via del suo aspetto fisico, poco gradevole agli occhi della gente e della stessa la rifiuta, ha vergogna di lei e della sua presenza al mondo.

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Il suo nome era Rebecca, la giovane Rebecca che nei passi della vita che la vedranno diventare adulta, trascinerà con sé tutta la sfiducia con la quale è venuta al mondo, nessun progetto nel suo mondo e tutto perchè era da sempre stata considerata diversa rispetto alle sue coetanee, diversa dal mondo, a causa del suo aspetto fisico poco gradevole.

Ogni buon genitore in quanto tale, non dovrebbe perseguire un simile comportamento, non lo ritengo giusto, non lo tollero, mi genera rabbia, sgomento.

Un genitore è colui che nella scelta di mettere al mondo un figlio, sceglie al contempo di amarlo, rispettarlo, sperando solo nella sua salute e nella sua felicità.

È colpa della società attuale che rappresenta un mondo del tutto differente rispetto a quello valoriale del passato, l’estetica e la pantomima ci rappresentano e ci dominano in modo ingiusto e smisurato e la storia di Rebecca, della sua vita parallela, ne sono esaustivamente, una triste e logorante manifestazione.

È la vita accanto di Mariapia Veladiano che sceglie di raccontare questa difficile e frastagliata storia, una storia raccontata dalla medesima, per sua scelta, senza prospettiva d’insieme, senza oggettività, ma solo attraverso una minuta fessura che lascia spazio alla sua vergogna, alla sua paura rivolta al mondo soprattutto un mondo degli adulti spesso dominato dal pregiudizio e dallo stereotipo.

“Non sono storpia, per cui non faccio nemmeno pietà. Ho tutti i pezzi al loro posto, però appena più in là, o più corti, o più lunghi, o più grandi di quello che ci si aspetta. Non ha senso l’elenco: non rende. Qualche volta, quando voglio farmi male, mi metto davanti allo specchio e passo in rassegna qualcuno di questi pezzi: i capelli neri ispidi come certe bambole di una volta, l’alluce camuso che con l’età si è piegato a virgola, la bocca sottile che pende a sinistra in un ghigno triste ogni volta che tento un sorriso. E poi sento gli odori. Tutti gli odori, come gli animali”.

“Io sono nata così. Bello come un bambino, si dice. E invece no. Sono un’offesa alla specie e soprattutto al mio genere”.

Una donna coltiva spesso molti desideri, sogni, aspirazioni, progetti da realizzare soprattutto in un mondo come l’attuale, dove il materialismo incombe, ci soffoca fino a toglierci l’aria;  le donne sono rincorse da una molteplicità di desideri ma una donna poco bella nel suo aspetto, nella sua fisicità, non ha le stesse prospettive di tutte le altre donne, lei è brutta o per meglio dire si vede brutta, si sente brutta e davanti a sé prevale un limite, che non potrà sempre permettersi di oltrepassare.

Una donna brutta sceglie per sé degli abiti che la fascino, che la coprano il più possibile, che non lascino trasparire di sé nulla, il meno possibile.

Una donna brutta non vede per sé e per il suo percorso di vita, molte possibilità, una vita scarna ed arida, esisterà, ma solo in punta di piedi, tutta una vita in punta di piedi, timida, sul ciglio estremo del suo mondo dal quale volendo o non volendo dovrà trovare la sua ancora di salvezza, il suo scoglio a cui aggrapparsi per trarsi in salvo da un naufragio inaspettato e scomodo.

La bruttezza è per chi la vive, una dimensione interiore che non traspare nell’oggettività del mondo, ogni bruttezza invece, io credo, abbia una forma nella quale è possibile ritrovare bellezza, arte e se si vuole, addirittura la perfezione; non c’è donna brutta o uomo brutto, l’apparenza può attrarre oppure no ma pur sempre arte rimane.

La propria storia si racconta dall’ampiezza o dall’angolo da cui la vita ci ha stretti e da cui è possibile intravedere uno spiraglio e respirare, senza lasciarsi trasportare a fondo dagli eventi ed essere in balia di un’esistenza scomodo e poco adatta al nostro essere.

La vita non è un dramma, da qualsivoglia angolazione essa possa mirarsi, non è affatto una tragedia, è grazia, è miracolo, è misericordia divina, ma questo la madre di Rebecca non l’aveva di certo capito e le conseguenze di questa inconsapevolezza, le avrebbe vissute Rebecca.

Questo è il muto disagio raccontato da Rebecca, per la quale, venire al mondo era stata davvero una disgrazia, una sorte davvero triste; la bambina ritiene sin da piccola che il suo aspetto fisico avrebbe rappresentato per sempre un’offesa per il suo genere e per l’intera umanità, il rifiuto e l’isolamento sarebbero stati il suo crudele destino, nel quale avrebbe dovuto per forza trovare un senso, una lieve ragione di vita, per quelle poche persone almeno che le volevano bene, come l’amica, la cameriera, la zia e l’anziana signora.

Il suo aspetto fisico, avrebbe rappresentato l’ ombra che tutti temono, da cui tutti scappano.

I  genitori di Rebecca sdegnavano la vita della figlia, il suo essere venuta al mondo, erano insensibili a cotanta sofferenza interiore da parte della figlia, privi di sentimenti positivi verso Rebecca ed al suo rispettivo dolore.

Ma la grande delusione per un essere umano, come del resto per Rebecca, era l’avere deluso i genitori, averli condotti verso la depressione, l’inettitudine, il distacco e tutto per non essere nata bella, un crimine assai grande per i venti di questo mondo.

Nonostante tutto, lei soffriva anche per i suoi genitori e per la delusione ed il disagio arrecatogli già dai primi attimi di vita.

La bellezza è un’ossessione assai diffusa, una piovra che ci perseguita e Rebecca indirettamente ne era stata una vittima.

Il mondo delle altre, non sarebbe mai appartenuto al mondo di Rebecca, lei non attendeva il futuro, lo temeva e con molta difficoltà lo avrebbe tenuto lontano da lei; non desidera nulla, non ha progetti, vive in modo inerme senza prospettiva per il semplice fatto di sentirsi inadeguata, non adatta a questo mondo; il mondo sarà dei belli e Rebecca non lo era e non lo sarebbe mai diventata.

In fondo il tuo dolore Rebecca, non è più dolore, ha ormai oltrepassato i confini della sofferenza, il sentirti inadeguata è qualcosa che nel tempo sei riuscita a tramutare in abito perfetto, un destino di cui essere consapevole a tal punto da padroneggiarlo per renderti forte ed uscire allo scoperto.

La reale sofferenza consiste nell’esporlo al mondo, riattraversare la tua strada colma di disagio per raccontare al mondo la tua reale natura, la tua origine, i tuoi pensieri affinchè possano essere un modello per innumerevoli adolescenti che condividono il tuo mondo solitario e nascosto.

In ognuno di noi esiste una luce, un talento, basta saperlo scoprire e dargli spazio: quello di Rebecca era la musica.

La sua luce e la sua magnificenza consisteva nella grande passione per la musica, suonava e componeva al pianoforte ma non sarebbe mai salita sul palcoscenico per non affrontare il mondo esterno, il contatto diretto con il suo pubblico, non avrebbe esposto mai il suo aspetto al mondo preferendo l’isolamento, con fatica, con un incommensurabile senso di vuoto ed inappartenenza, ma preferiva così e non le restava altro che una profonda convinzione in questa scelta.

La sua vita scorre come quella di tutti i suoi simili, lei non si sente simile a nessuno, è differente dagli altri, ma la sua vita va lo stesso avanti accompagnata dalla melodia delle sue note solitarie e mute in un mare di logoranti interrogativi ed incertezze.

Ci sono molteplici intrighi ed episodi grotteschi nella storia di Rebecca ma nonostante ciò, nella fatica del suo isolamento, porta avanti il suo essere aggrappandosi a qualcosa di veramente grande che dia un senso essenziale alla sua esistenza solo apparentemente brutta ed indifferente, ma in realtà colma di valore ed imponenza che solo in pochi riescono a cogliere nella vita; raro ma succede.

Il famoso mondo delle altre è un tabù, un mistero tutto da scoprire.

Il mondo delle altre è un mondo del tutto diverso dal proprio, diverso, colorato, ricco, invidiato; caratteri che non necessariamente faranno di quel mondo, un mondo più profondo del nostro mondo.

Spesso il mondo altrui è solo apparenza agli occhi di chi lo guarda da una prospettiva lontana, anche agli occhi di Rebecca in fondo era una consapevolezza osservare il mondo altrui, al suo non si sarebbe mai accostato, perché il suo mondo era vuoto, solitario, fatto di poche parole e spesso di profondi silenzi; la sua desolazione fisica trasmessale sin da piccola l’aveva condotta a questa convinzione da grande, con la quale era adesso destinata una serena convivenza.

Rebecca trova la sua luce lontano, altrove, chiudendosi in un mondo tutto suo, distante dal mondo reale.

Lei è inerme alla vita, al suo destino non scelto, non ha forza necessaria di combatterlo e mutarlo nel limite del suo possibile, vive priva di speranza aggrappandosi alla sua unica scialuppa di salvataggio, la sua passione per la musica.

La  madre di Rebecca si era messa a lutto quando la sua bambina era nata, dopo essere uscita dall’ospedale, non ha più osato mettere il naso fuori da casa, la sua bellezza femminile si era seccata, in modo crudele e veloce come il ricino di Giona, tutto in un momento, tutto all’improvviso.

Eppure la bambina dall’aspetto poco gradevole, che ogni tanto amava farsi del male guardandosi allo specchio, pensa di essere da sola in questo mondo, ma in molti le vogliono bene e le rivolgono attenzioni; lei vive nel suo mondo di rinunce e rifiuti e non vede oltre il suo limite, non è felice ma ha pur sempre trovato un equilibrio che le permetterà di vivere in punta di piedi, sempre senza accorgersi ciò che la circonda e che le sta intorno.

Con quel suo andamento quasi ottocentesco, un ritmo che accoglie garbatamente le emozioni dei personaggi, La Vita Accanto, finalista al premio Strega 2011, dice molto di Mariapia Veladiano come scrittrice e come donna dal vissuto assai travagliato.

Leggere il suo libro è come trascendere in modo alquanto sobrio e discreto ad un mondo in bianco e nero in punta di piedi senza troppo ricercare ed investigare; poche parole per comprendere il dolore silenzioso e radicato di una donna.

È come accedere ad un mondo dove le cose si dicono con rispetto senza troppo sprofondare nel personale; non serve è tutto molto esaustivo.

Ma, attenzione, è solo questione di stile, non di concetto attraverso cui la scrittrice crede e cerca di sottolineare l’impeccabile valore della parola che riesce a sostituire l’affannosa ricerca umana attraverso mezzi e strategie spesso superflui.

Mariapia Veladiano “La vita accanto” edizione Einaudi 2011.

Immagine tratta da: www.immaginigoogle.it

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