L’ora delle polemiche

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Toglietemi tutto ma non toglietemi il mio Breil. Era questo lo slogan pubblicitario di una nota marca di orologi. Se volessimo usarlo qui da noi, invece, dovremmo rivederlo in “Toccatemi tutto ma non toccatemi l’ora di religione”.

Che potremmo anche dirlo con “Scherza con i fanti, ma lascia stare i santi”, ammesso che l’ora di religione nelle scuole italiane possa essere paragonata ai santi.

Siamo alle solite, comunque: non appena si toccano gli interessi vaticani, di qualunque genere essi siano, ma specialmente se sono di carattere economico (ricordiamoci gli insegnanti di religione sono nominati dai vescovi), in Italia le polemiche sono sempre all’ordine del giorno.

Questa volta ad infiammare le discussioni sono state le dichiarazioni del ministro dell’Istruzione, Francesco Profumo, alla festa di Sel:  “l’insegnamento della religione nelle scuole così come concepito oggi non abbia più molto senso. Probabilmente quell’ora di lezione andrebbe adattata, potrebbe diventare un corso di storia delle religioni o di etica”.

Apriti cielo. Abbiamo assistito alla rivolta dei “religionari”. Una per tutte, la dichiarazione del pidiellino e ciellino Maurizio Lupi: “La nostra religione, così come i programmi scolastici, è la testimonianza dei valori su cui si fonda la nostra società. Chi viene dall’estero non può non confrontarsi con questo. Non possiamo annacquare ciò che siamo per far piacere agli altri”.

È mai possibile che, in Italia, aprire un dibattito su un argomento che tocca la sfera religiosa vuol dire far partire qualcuno per le crociate? Evidentemente, per le gerarchie vaticane, l’argomento “religione” dev’essere vissuto come un dogma, sul quale non si può assolutamente discutere.

Non è giunto il momento di cambiare?

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