È caduto il muro di perline

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“Popolato da burloni, elfi e fate incantate” è il mondo in cui lavora Rosalba Sinesio che ha pubblicato il libro “È caduto il muro di perline” con A&B editore (pagg. 96, € 10,00) mettendo al centro della narrazione i disabili che portano “dentro una favola da raccontare, dolorosa, incredibile, tenera o difficile”. Il volume concorre al III Premio Letterario “Torre dell’Orologio” di Siculiana: l’intervista all’autrice.

Che tipo di muro è fatto di “perline”?
È fatto di perline quel muro che in esse contiene pezzi di vita, episodi dolorosi, teneri o che in qualche modo suscitano ilarità. Sono brani di vita dei ragazzi disabili con cui lavoro ormai da quasi trent’anni e che, in genere, pochi raccontano. Non so se per “rispetto” alla disabilità o perché ad essi appartengono vite di cui a volte ci si vergogna (parlo dei sentimenti dei familiari di queste persone). Il fatto è che risulta ancora difficile parlarne apertamente. In questo libro ho provato a far cadere questo muro raccontando alcuni degli episodi vissuti insieme a loro e, mi creda, ci si stupisce, si sorride, si ride e ci si commuove.

Si è quindi avvicinata al mondo dei disabili per lavoro?
Sì, mi sono avvicinata ai disabili perchè due anni dopo aver conseguito la laurea in Belle Arti, sono stata chiamata da un Centro di riabilitazione per creare un laboratorio di attività espressive.

Che concezione ne aveva prima?
Il mondo dei disabili, prima del mio approccio, era un mondo non del tutto sconosciuto. I miei genitori mi hanno insegnato che bisogna rapportarsi con loro normalmente. Quando ero piccola i miei vicini di casa avevano un figlio con un ritardo mentale lieve, con cui giocavo ogni giorno comportandomi con lui come con tutti li altri bambini.

Quando il contatto con questa realtà si è gradualmente trasformato in narrazione?
L’idea della narrazione è comparsa quando le storie che vivevo con loro si erano fatte talmente tante ed erano talmente degne di nota che cominciai a raccoglierle per non dimenticarle. Far conoscere al grande pubblico la “normalità” di queste persone è diventato un mio obiettivo che si è tradotto in questo libro.

Il titolo sembra giocare con la caduta del Muro di Berlino… è così?
Esatto. L’assonanza con la caduta del muro di Berlino è la metafora di cui mi sono servita. Era un muro che desideravo che cadesse, per riunire le vite dei “normodotati” a quelle dei disabili e far sì che le loro storie potessero entrare nel cuore e nella mente di chi legge e riuscire così a vedere la disabilità senza quella incomunicabilità che spesso ci allontana da essa.

Secondo lei che cosa divide ancora oggi il disabile da una comunità?
La comunità spesso si sente inadeguata. Non sa come comunicare, ha paura di reazioni violente da parte loro, teme di non saper soddisfare le loro richieste. Spesso, anche l’aspetto fisico li penalizza. Fortunatamente con l’inserimento a scuola dei disabili, le nuove generazioni sono più educate e preparate.

Per lei è più ipocrita la suddivisione fra “normali” e disabili, oppure cambiare il sinonimo da handicappato a portatore di handicap, da disabile a diversamente abile?
Credo che “normali” sia solo una convenzione. Ognuno di noi ha le sue lacune, le sue paure e le sue piccole psicosi, ma sappiamo mascherarle bene. Le persone disabili (le chiamo così per indicare persone che adottano un certo tipo di approccio alla realtà, poi ognuno le chiama a seconda dell’esperienza che ha avuto riguardo a questo mondo) si propongono agli altri senza maschere, senza ipocrisie, è un atteggiamento che non conoscono, nel bene nel male. Sono capaci di abbracciarti con la stessa passione con cui ti mandano a quel paese. Il bello è proprio questo, è gente sincera.

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