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Avv. Elena Frasca

Oltre 140 milioni di donne nel mondo vengono sottoposte all’infibulazione. Tra le pratiche di schiavizzazione, sottomissione e violenza contro le donne, la mutilazione genitale femminile (MGF) è una delle più terrificanti. Si tratta di una tradizione africana molto diffusa anche nei paesi in cui sono emigrate famiglie provenienti da etnie presso le quali la donna è considerata un essere inferiore che non ha gli stessi diritti dell’uomo, con una sessualità da condannare.

Nonostante l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha vietato questa pratica, rimane un problema fondamentalmente culturale difficile da sradicare. Molte volte sono proprio le donne che chiedono di essere infibulate anche lontano dal loro paese d’origine, chiedono di far infibulare illegalmente le figlie nei paesi in cui sono emigrate e di voler essere infibulate dopo il parto. Ma c’è chi riesce a ribellarsi a questa tradizione fuggendo dal proprio paese di origine. E’ la storia di A. F., una donna nigeriana di 30 anni che oggi vive la sua vita di donna libera e mamma a Siracusa, grazie alla sentenza della Corte d’Appello di Catania che lo scorso dicembre le ha riconosciuto la protezione internazionale e lo status di rifugiata.

La storia di A.F. è emblematica perché racconta il coraggio di una giovane donna che, con tutte le sue forze, prima è riuscita a sottrarsi alla crudele pratica dell’infibulazione diffusa nel suo Paese (Delta del Niger – Nigeria) e poi ha affrontato un lungo e pericoloso viaggio per approdare sulle coste siciliane, con la speranza di poter qui costruire una nuova vita. Ho avuto modo di conoscere A.F. presso la casa di accoglienza CasAmica di Ispica la cui responsabile, dott.sa Vera Ventura, una donna impegnata nel sociale e altrettanto coraggiosa, dopo il provvedimento negativo della Commissione Territoriale per il Riconoscimento della Protezione Internazionale di Siracusa, mi coinvolgeva nella difesa in sede giudiziale del diritto ad ottenere lo status di rifugiata negato dalla Commissione. Le lacrime di questa donna e le cicatrici ancora evidenti sul suo corpo mi hanno colpito profondamente e, insieme alle ragioni di diritto, sono state determinanti nella decisione di non mollare e ricorrere in appello, quando il Tribunale di Catania nel primo grado di giudizio aveva rigettato la domanda, non riconoscendole nemmeno la protezione sussidiaria. La Corte d’Appello di Catania, con una decisione che definirei illuminata sotto il profilo giuridico e umanamente giusta, ha ribaltato la sentenza di primo grado, ritenendo che la situazione della ricorrente meritasse di essere esaminata sotto il profilo del riconoscimento dello status di rifugiata. Adesso A.F., che nel frattempo è diventata  madre, gode di tale status e ciò implica una serie di diritti: diritto al ricongiungimento familiare, diritto all’assistenza sociale e all’assistenza sanitaria, diritto all’istruzione pubblica, diritto di circolare liberamente all’interno del territorio dell’Unione Europea senza alcun visto (per un periodo non superiore a 3 mesi), diritto a partecipare all’assegnazione degli alloggi pubblici e, altresì, il diritto a chiedere la cittadinanza italiana dopo 5 anni di residenza in Italia. Nel suo percorso di integrazione A.F. ha avuto e continua ad avere il supporto prezioso dell’ARCI Comitato Territoriale di Siracusa, nella persona del suo presidente dott.sa Simona Cascio. Certo è che ora, dopo questo importante risultato, l’obiettivo prioritario per A.F. è trovare un lavoro che le consenta di vivere dignitosamente e mantenere il suo bambino, motivo per cui confido che le Istituzioni e la comunità locale possano rendere possibile questo ulteriore traguardo” – dichiara Elena Frasca, avvocato del Foro di Modica che, insieme al collega Giovanni Favaccio, ha difeso A.F. raggiungendo un’importante vittoria umanitaria, oltre che professionale.

Una sentenza importante che ha tenuto conto della Risoluzione per la messa al bando universale delle mutilazioni genitali femminili, adottata il 20 dicembre 2012 dall’Assemblea delle Nazioni Unite, poco dopo il deposito della stessa sentenza. L’Assemblea Generale invita tutti gli stati membri a intraprendere “tutte le misure necessarie, inclusa la promulgazione ed il rafforzamento di legislazioni che proibiscano le MGF, per proteggere donne e bambine da queste forme di violenza e per porre fine all’impunità”. Tale Risoluzione ha una valenza fondamentale se si tiene conto del fatto che il testo è stato redatto dal Gruppo delle Nazioni africane, tra cui rientrano proprio quei Paesi, come la Nigeria, in cui le terribili MGF sono ampiamente diffuse e radicate; si tratta di una svolta importante, un risultato che cambierà la percezione di una pratica che fino ad oggi è stata “giustificata” come facente parte delle tradizioni di alcuni popoli.

Ci vorrà tempo e molto lavoro affinché una ‘tradizione’ millenaria possa sradicarsi, ma oggi 6 febbraio 2013, data in cui si commemora in tutto il mondo la “Giornata Mondiale contro l’infibulazione e le mutilazioni genitali femminili”, le donne potenzialmente vittime di questa tortura hanno un motivo forte e valido per sperare nella  progressiva estinzione di una pratica che viola i diritti umani fondamentali. “È bene ricordare – conclude l’avv. Elena Frasca – che in Italia, dove secondo fonti del 2012 si calcola che le vittime delle MGF siano circa 40.000, vige la legge n. 7/2006 che vieta le MGF, punendo gli autori con pene fino a 12 anni di reclusione e con la pena accessoria dell’interdizione dalla professione da 3 a 10 anni trattandosi di un medico, e prevede campagne informative e iniziative di sensibilizzazione allo scopo di prevenire e contrastare queste orrende pratiche; tuttavia quello delle MGF è un fenomeno ancora in gran parte sommerso e la svolta per l’eliminazione dello stesso potrà arrivare solo con l’informazione, il confronto tra le giovani e, soprattutto, l’istruzione.

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