Symbola: l’Italia non è un paese senza futuro

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logo.symbolaDal rapporto I.T.A.L.I.A. – Geografie del nuovo made in Italy, presentato ieri a Treia (Macerata), da Symbola, nell’ambito del Seminario Estivo 2013, è uscita fuori un’Italia che non ci si aspetterebbe.

Nonostante la lunga e forte crisi che stiamo attraversando, dal nostro export arrivano segnali incoraggianti, dice, infatti, il rapporto realizzato da Symbola, Unioncamere e Fondazione Edison.

E’ emerso dallo studio, fatto con indicatori più fedeli e capaci di cogliere e leggere in modo più puntuale quanto si muove nella nostra economia, che il nostro Paese sui mercati globali ha quasi mille prodotti con saldo commerciale attivo da record e un attivo di 183 miliardi di dollari.

Insieme a Cina, Germania, Giappone e Corea, l’Italia è uno dei soli 5 Paesi del G-20 ad avere un surplus strutturale con l’estero nei prodotti manufatti non alimentari.

In altri termini, escludendo l’energia e le materie prime agricole e minerarie, l’Italia è uno dei paesi più competitivi a livello mondiale.

Fanno meglio di noi solo Cina, Germania e Stati Uniti.

Nel 2012, siamo stati il secondo paese europeo, dopo la Germania, per attivo manifatturiero con i Paesi extra-UE.

Il rapporto, senza nascondere le difficoltà del nostro mercato interno, smentisce “la vulgata secondo la quale l’Italia sarebbe un paese senza futuro”.

I problemi dell’economia italiana, ha detto Fabio Renzi, Segretario generale di Symbola, non derivano da una insufficiente capacità competitiva internazionale, ma dalla debolezza di una domanda interna fiaccata da una tassazione sempre più invasiva e oppressiva, inibita da previsioni depressive e punitive e soprattutto dalla assenza di politiche in grado di dare fiducia, di indicare degli orizzonti e degli obiettivi sui quali concentrare le poche risorse pubbliche disponibili e mobilitare quelle private.

In un contesto in cui il rapporto I.T.A.L.I.A. dà speranza è il caso di ripetere, come è stato fatto ieri a Treia, con Vincenzo Cuoco (1804): “Delle cose nostre o non ne abbiamo parlato o ne abbiam parlato con insensato disprezzo e con più insensata lode”.

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