Dalla caccia ai banditi che rapirono De André, all’altare

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michele_tarantinoPadre Michele Tarantino, da fedele servitore dello Stato a pastore delle anime. Ha lasciato l’Arma dei Carabinieri per l’altare. Una vocazione tardiva, che giorno dopo giorno si concretizza positivamente con una intensa azione all’interno di una delle realtà sociali, economiche ed occupazionali tra le più difficili del Mezzogiorno. Umile e generoso, è al servizio da alcuni anni della comunità di Gioiosa Jonica, nel cuore della martoriata Vallata del Torbido, dove è stato ordinato sacerdote dal vescovo di Locri, Mons. Giuseppe Morosini, il 23 giugno 2011. Una cerimonia commovente e molto partecipata, alla quale era presente anche la madre. Da Tivoli all’estremo Sud. Un missionario della fede tra la gente che ha bisogno di riferimenti precisi e forti.

La Chiesa in questi territori dimenticati dallo Stato, ha un ruolo molto importante. Deve dare fiducia alle speranze di rinascita dei buoni e dei giusti. E deve soprattutto recuperare quanti hanno scelto la cattiva strada, perché spinti dalla disperazione, e purtroppo anche dalla illusione dell’arricchimento facile e immediato. La svolta .Un cammino faticoso. Che padre Michele sta portando avanti con molta passione .Accanto ai giovani e a chi ha bisogno di aiuto. La ripresa è possibile se c’è la volontà e la giusta determinazione per cambiare le cose. Seminando bene. Con chiarezza. Senza ambiguità. Padre Michele è un buon esempio. Da seguire. E sostenere. Per il bene comune. Dalla parte della gente. Una vita al servizio degli altri. L’addio alla divisa per seguire Gesù.

Una decisione ben ponderata. Meditata. Ricorda padre Michele: ”Ho lasciato l’Arma all’età di 37 anni. Non sono entrato subito in un convento, ho voluto, per un periodo di tempo, capire quale fosse il disegno di Dio all’interno della mia vita”. Confessa: ”Da bambino, abitavo davanti ad una parrocchia, e non nascondo che nella mente già stava nascendo il desiderio di divenire prete… Ma questa idea svanì quando divenni più grande. Spesso i sogni che si fanno da bambino poi si interrompono… ” A volte però i sogni ritornano. E si realizzano, anche nell’età della maturità. Come è avvenuto nel suo caso.

 

Padre Michele, cosa l’ha spinta a fare questa scelta?

La vocazione o spinta, non si può raccontare. Credo che abbiano contribuito diversi fattori. In primis la famiglia religiosissima e poi il lavoro… Vedere cristiani venire uccisi in Libano, per difendere la propria religione. Penso che ricordiamo tutti quello che avvenne nel periodo 1983-1985. Sono stato tre anni con i francescani, poi sono entrato a far parte dell’Associazione clericale di diritto diocesano Padri Missionari dell’Evangelizzazione, fondati da P. Vincenzo Idà in Calabria.

 

Non ha mai avuto dubbi sulla decisione che ha determinato una svolta radicale nella sua vita?

Ora più che mai posso dire di non aver nessun pentimento o dubbi alla scelta della mia vita, si a volte vedendo i bambini, ho quella nostalgia di stringere un figlio, ma ringrazio il Signore che non uno ma molti mi dona ogni giorno…

 

Dalle montagne della Sardegna, per cercare i banditi che tenevano in ostaggio Fabrizio De André, all’altare. Un brusco cambiamento. Come l’ha vissuto?

Sì , è vero, il passaggio è forte, da quando si andava suoi monti della Barbagia, venire qui in Calabria nell’Aspromonte. Come l’ho vissuta? Due periodi diversi. Il sequestro De André e Ghezzi risale al 1979 se non erro. E’ stato il mio approccio con un territorio sconosciuto, pieno di insidie. Mentre il percorso di oggi è un cammino di guida, per chi vuole, alla conversione del cuore…

 

Venendo nella Locride, come è stato il primo impatto?

Io conoscevo il nord della Calabria, e non nascondo che venendo al sud ho trovato molta difficoltà, il modo di pensare, agire, i costumi. Mi sembrava di essere tornato al Regno delle due Sicilie. Ormai sono passati sette anni dal mio arrivo e posso affermare che alcune volte mi sembra di essere a casa..

 

Cosa l’ha colpita maggiormente in questa esperienza?

Cosa mi ha colpito? Sto notando che fra tante insistenze, la gente sta cercando di cambiare. Non saprei dire adesso con esattezza dove porterà questo. Mi auguro ad una apertura senza pregiudizi.

 

La Chiesa, assieme alla famiglia e alla scuola, soprattutto in Calabria, ha un ruolo molto importante per evitare che i giovani imbocchino la cattiva strada. Lei come si sta muovendo? 

Nel nostro territorio la Chiesa fa molta fatica ad annunciare il Cristo; come dicevo, alcuni personaggi sono radicati in maniera forte nelle usanze, che a volte rispondono alla religiosità popolare. Nella chiesa Matrice in Gioiosa Ionica, come lei sa, ho alcuni ragazzi che collaborano assiduamente alla rinascita della parrocchia, hanno fondato un gruppo di musica folk. Sto cercando di far riavvicinare la comunità, anzi innamorarsi nuovamente della parrocchia. Ho portato in questi pochissimi anni delle novità come la processione del 6 gennaio per le vie della nostra giurisdizione e altre manifestazioni.

 

Quali risultati che è riuscito finora ad ottenere?

Risultati? La gente risponde alle varie manifestazioni, ma resta il fatto che non tutti capiscono l’importanza di appartenere ad una parrocchia.

 

Quali sono le difficoltà maggiori che un pastore delle anime incontra in un momento di crisi come quello attuale?

Questo è un tasto dolente. Continuamente vengono a chiedere, ma non abbiamo la banca in parrocchia. E’ stato istituito da tre anni lo sportello inter-parrocchiale tra San Giovanni Battista, San Nicola e San Rocco, della Caritas.

 

Spesso viene chiamato in causa lo Stato, per le inadempienze e le colpevoli assenze nei territori che meritano maggiore attenzione dal punto di vista economico, sociale ed occupazionale. Pure lei avverte questo senso di “isolamento”?

Non nascondo che dalla caduta dell’impero borbonico ad oggi lo Stato è assente o carente su alcune cose. La Chiesa in questi territorio sta facendo molto, per esempio nell’assistenza agli anziani e agli emarginati. L’integrazione è importante. Abbiamo un gruppo di fratelli africani che continuamente vengono ad ascoltare le messe, partecipano, non vogliono sentirsi esclusi da questa realtà. A volte non vi nascondo anche per un prete di trincea –scusate se dico questo – è difficile portare la parola di Cristo…

 

Per concludere, cosa è necessario fare subito?

Come disse Mons. Giuseppe Morosini a noi tutti gioiosani, occorre far ripartire le risorse che ci sono sul nostro territorio, scoprire un Padre che ci vuole bene, lui non scende a patti con nessuno. Questo è quello che mi aspetto e credo per questa popolazione, che nel corso degli anni ha subito violenze di tutte le specie.

 

Articolo di Domenico Logozzo

già Caporedattore del TGR Rai

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