U2 – “Songs of Innocence”

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U2 - Songs of Innocence (cover)

Con una clamorosa mossa a sorpresa gli U2 pubblicano “Songs of Innocence“, il loro ultimo attesissimo album, anticipandone gratuitamente il download digitale dalle piattaforme Apple dal 9 settembre (il supporto fisico, in classico formato cd, uscirà il prossimo 13 ottobre).

L’album si compone di 11 tracce – cui saranno da aggiungere le bonus track accluse alla deluxe edition – dalle quali sono stati saggiamente esclusi gli inflazionati singoli pubblicati nei mesi scorsi (“Ordinary Love” e “Invisible”), concentrandosi esclusivamente su pezzi inediti: unica eccezione “Every Breaking Wave”, già anticipata con arrangiamento differente durante l’ultimo tour.

Se il titolo “Songs of Innocence” e la cover, una splendida quanto classica white label, lasciano presagire una maggiore immediatezza e un ritorno alle origini, come da tempo si auspica tra i fan più ortodossi, è sufficiente leggere i credits per tornare brutalmente con i piedi per terra.
In cabina di regia troviamo un team di produzione che comprende, oltre al contributo marginale di una vecchia conoscenza come Flood, Danger Mouse (Gorillaz, Gnarls Barkley, The Black Keys, Broken Bells), Paul Epworth (Coldplay, Adele, John Legend, Bruno Mars), Ryan Tedder (Adele, Maroon 5, Beyoncé, Jennifer Lopez, One Direction) e Declan Gaffney. Nomi ampiamente sufficienti per presagire l’impronta sonora che caratterizza il lavoro.

La prova dell’ascolto è inequivocabile.
Si ha subito l’impressione di brani studiati appositamente per una spassionata fruizione radiofonica e per sedurre un’utenza più giovane di quella cresciuta all’ombra dell’albero di Joshua (le ruffiane  “The Miracle (Of Joey Ramone)”, “Volcano” e “This Is Where You Can Reach Me Now”).
Elementi caratterizzanti i richiami alle sonorità degli ultimi album e le risonanze contemporanee, con echi molto evidenti di Black Keys, Snow Patrol, The National, gli ultimi Arcade Fire, Coldplay, Killers, Editors: destino insolito per una band che, in passato, influenzava e dettava al popolo del rock la strada da seguire.
Molte le intuizioni, soprattutto quando emergono gli inconfondibili riff chitarristici di The Edge (“Iris (Hold me close)”) o quando si trae ispirazione dagli anni ’80 (una “California (There is no End to Love)” che sembra strappata ai New Order più decadenti).
Purtroppo, la presenza dei consueti difetti che hanno segnato molti degli ultimi lavori in studio, anche in questo caso si rivelano veri e propri elementi penalizzanti:  una produzione che si risolve in arrangiamenti poco adeguati, soluzioni melodiche abusate, un Bono eccessivamente autoindulgente nei confronti di una voce inerpicata su registri che lo scorrere del tempo ha reso pericolosi.

Sintomatico, al proposito, che uno dei pezzi più interessanti dell’album sia “Song for Someone” (guarda caso l’unico prodotto da Flood), ballata semi-acustica che dimostra non solo che il territorio ideale della band sia quello più intimista, ma soprattutto che a rendere giustizia ad un brano la sobrietà sia la più salutare delle cure.
 “Iris (Hold me close)” è un altro pezzo di grande presa (per la cronaca ai cori partecipa Chris Martin, voce dei Coldplay), con una sezione ritmica dominata da un bel basso e da un classicissimo riff di chitarra degno dei tempi migliori: peccato per l’inconcepibile caduta di stile di un ritornello melodicamente poco originale e fuori contesto rispetto al resto del brano.
“Sleep Like a Baby Tonight”, con i suoi effetti e una interessante veste elettronica, è un esempio (purtroppo unico) di cosa si possa tirare fuori se si aprono le porte al coraggio piuttosto che alla banalità.
Le ballad rimangono comunque il punto di forza dell’album come “Every Breaking Wave” ma, soprattutto la pregevole  chiusura affidata a “The Troubles”, in cui il contributo di una eterea Lykke Li e di un Bono vocalmente equilibrato, fanno segnare un punto a favore della band.

Il tutto in attesa di ascoltare le versioni acustiche che verranno accluse alla deluxe edition, le quali potrebbero gettare una luce diversa sui brani dell’album.

Siamo comunque lontani anni luce dalle folgorazioni soniche di “The Unforgettable Fire”, dall’epicità descrittiva di “The Joshua Tree”, dall’innovazione lirica di “Achtung Baby” o dall’audace avanguardia di “Zooropa”.
La produzione ha l’innegabile pregio di riuscire a tracciare una coerenza di fondo, la quale rende piuttosto scorrevole l’ascolto delle 11 tracce. Elemento che non riesce però compensare la mancanza di quella straordinarietà che sarebbe stata lecita dopo un’attesa di 5 anni da parte di una delle band più importanti al mondo, ridimensionando il tutto entro i limiti di un onesto prodotto pop.
Se solo lo volessero, gli U2 potrebbero incidere ancora dei lavori memorabili, piuttosto che l’ennesima variazione su un tema abusato che, anziché consacrarli al mito, rischia di farli divenire un clone delle molte diafane band che, al giorno d’oggi, affollano il panorama musicale.
Un retrogusto amaro fortunatamente addolcito dalla constatazione di non aver dovuto spendere denaro nell’acquisto dell’album.

 

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