Ladro per caso

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etnapolis

È il sabato prima di Pasqua, siamo in un Centro Commerciale di una città del sud. Una coppia con bimba in braccio imbocca l’uscita riservata a chi non ha effettuato acquisti ma l’allarme antitaccheggio inizia a suonare senza sosta.

Gli addetti alla vigilanza bloccano la coppia e intimano alla donna di aprire la borsa. Dentro trovano quanto serve a una mamma con neonato, tra cui una confezione di pasta emolliente per il cambio del pannolino, ancora sigillata, ma senza il classico involucro di cartone stampato, probabilmente tolto per comodità.

Quella confezione, si è scoperto dopo, era stata acquistata tre giorni prima, nello stesso ipermercato, e dalla quale, evidentemente, la cassiera aveva dimenticato di rimuovere l’antitaccheggio.

Il giovane malcapitato viene così invitato dal sorvegliante a seguirlo per gli accertamenti del caso. Inutili le parole di uno spaventatissimo ed incolpevole padre richiamato “all’ordine” ed additato senza umanità come ladro, senza tatto alcuno, senza rispetto, davanti agli occhi indagatori degli altri clienti.

Per fortuna, tutto è bene ciò che finisce bene: rovistando per bene nella borsa, l’uomo ha trovato lo scontrino dell’acquisto e quindi i due giovani hanno potuto provare di non essere dei ladri.

Ma che fine ha fatto la parola “discrezione”? Ed è giusto additare qualcuno, davanti a tanta gente, come un ladro della peggiore specie per un presunto furto da cinque euro? Ci chiediamo, ancora, se la gente sappia cosa significhi veramente il termine “dignità”.

Ma d’altronde viviamo nel paese in cui capita che si metta in galera chi ruba una mela, mentre il grande trafficante resta libero perché il “fatto non sussiste”.

Dunque, perché meravigliarsi?

 

(leggi la precisazione del direttore di Etnapolis)

 

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