Siria: uno stato fallito

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Distruzioni a Homs, 30 luglio 2012. REUTERS/Sana/Handout

L’arrivo di folle di profughi in Occidente dalla Siria ha riportato  in primo piano all’attenzione internazionale la guerra civile che vi si combatte da ben quattro anni. In realtà di essa poi non sappiamo molto, un po’ per la grande difficoltà di avere notizie di prima mano data la grande  pericolosità per i giornalisti di andarvi e soprattutto perché la complessità di quelle vicende è tale  da rendere difficile comprenderne le vicende e quindi farsene un’idea organica. Di tanto in tanto la Siria torna nelle  prime pagini  della stampa internazionale per qualche strage di particolare ferocia che poi non si capisce bene da chi è stata provocata e perché. In particolare si è ampiamente riferito di Kobane, questa città prima del tutto sconosciuta: l’assalto dell’IS, la resistenza strenua dei Curdi, la riconquista con l’intervento aereo della coalizione  hanno tenuto il primo posto nei notiziari  ma poi in effetti   non si capisce bene questo scontro sanguinoso  quale posto abbia nella vicenda generale siriana.  Forse per comprendere  la realtà siriana non si deve pensare a una guerra civile, come generalmente si fa, quanto a uno stato  fallito. L’idea della guerra civile ci rimanda a qualcosa come la guerra civile spagnola del 36-39: vi sono due schieramenti contrapposti all’interno dei quali ci possono essere forze molto diverse  magari anche in lotta  fra di loro (all’interno dello  schieramento repubblicano spagnolo non mancarono anche scontri sanguinosi). Tuttavia i due schieramenti si combattono fra di loro ed è agevole capire chi combatte contro chi. Alla fine una delle due parti vince e l’altra perde e  la guerra finisce. Nei fallimenti  dello stato invece le strutture portanti collassano e forze centrifughe  prendono il sopravvento divindendosi in prataica  il potere, scontrandosi non in modo continuo e organico ma in modo intermittente a secondo circostanze e caso. È il caso del vicino Libano ma anche della Somalia, della Libia.

In Siria c’è stata prima una  rivoluzione araba (primavera araba) che mirava sull’esempio di quanto avveniva in Tunisia e Egitto all’abbattimento del potere di Assad per instaurare una democrazia sul modello occidentale. Essa fallì per la reazione forte del governo e man mano si scivolò nella guerra civile. Il problema è che, a differenza di Egitto eTunisia, la Siria è un insieme di gruppi etnico religiosi. Dalla parte di Assad quindi ci furono soprattutto gli alawiti  che detenevano in buona parte parte il potere, in generale le altre minoranze religiose  che vedevano nel suo laicismo una protezione efficace, e una parte dei sunniti che sono la maggioranza nel paese che  temevano le conseguenze  di una caduta di Assad.  La maggior parte però dei militari di fede sunnita disertarono e costituirono l’Esercito Libero di Siria che tuttora viene  considerato dagli Occidentali il  legittimo governo democratico di Siria. In seguito in Siria arrivarono fanatici da ogni dove  vicini alle posizione di Al Qaeda, che formarono una galassia di movimenti. Nell’ ultimo anno ad essi si è sovrapposto l’IS  che vuole fondare un  califfato universale nel mondo islamico  ed ha allargato  il suo governo anche in parte del vicino Iraq sunnita.  Gli estremisti islamici hanno sopraffatto non le forze  governative quanto quelle dei loro avversari sunniti  e l’Esercito Libero, cioe i democratici, si è ormai  ridotto all’estremo.

Lo scontro di Kobane è ai margini del conflitto: benché  i Curdi siano tutti sunniti  gia  in Iraq hanno costituito uno sbarramento per l’IS e sono stati  considerati da questi come dei rinnegati. A Kobane quindi si sono difesi dall’assalto  del’IS da cui la famosa battaglia  di scarso rilievo però  nel complesso delle vicende siriane.

Ogni gruppo poi gode di appoggi internazionali più  o meno forti.

Al fianco del regime di Asad che rappresante gli alawuiti si sono schierati decisamnte, per solidariteà religiosa ,  l’Iran sciita e gli hazbollah, milizie scite  del Libano  che hanno partecipato direttamente ai combattimenti. Inoltre continuano ad essere riforniti dai Russi tradizionali alleati degli Asad anche  in rivalità con gli occidentali

Gli occidentali  invece appoggiarono decisamente la prima rivoluzione siriana, sono rimasti avversari di Assad e poi sono preoccupati  dell’ascesa dell’IS che una coalizione  a guida americana  ha cominciato a bombardare. Ma restano ai margini perché  non riescono a trovare una linea di azione e sono in contrasto fra di loro.

La Turchia è guidata da un governo islamico anche se moderato: è contrario  agli Assad (alawiti ) per solidarietà religiosa con i sunniiti siriani, sono soprattutto preoccupati del movimento curdo con i quali sono in lotta da 40 anni  per le loro aspirazioni autonomistiche. Condannano ufficialmente l’estremismo dell’IS tuttavia hanno mantenuto un atteggiamento    ambiguo  permettendo in pratica il passaggio dei volontari per l’IS  e bloccando quello dei curdi. Dopo un sanguinoso attentato in territorio turco dell’IS ha annunciato bombardamenti contro l’IS ma poi si sono rivolti soprattutto contro i Curdi.

Gli arabi del golfo sono contro Assad per motivi religiosi, vorrebbero appoggiare  la maggioranza sunnita ma considerano l’IS troppo nemica degli occidentali di cui essi sono fedeli alleati a nel contempo sostanzialmente  ne condividono gli ideali religiosi (wahabiti).

Come si vede, l’intreccio delle situazioni sul terreno e quello dell’appoggio esterno  sono  tali da non permettere né la vittoria né la scnfitta di ciascuna fazione:  e ogni fazione  tiene più a rinforzarsi che a una chimerica vittoria.

Si vede, più che due schieramenti contrapposti, una guerra di tutti contro  tutti.  Si deve pur tener presente che gli scontri a carattere etnico religioso non hanno in genere una soluzione, né vinti né vincitori, perché si tratta  di gruppi che mantengono  la loro identità da secoli e quindi resistono fino allo sterminio e alla pulizia etnica.

 

 

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