“Accabadora” di Michela Murgia

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Avrei dovuto leggerlo l’estate scorsa prima di andare in Sardegna per la prima volta, mi avrebbe aiutata a capire ancora di più e a entrare meglio nell’anima sarda che mi ha poi affascinata a tal punto da farmi pensare di averci trascorso una delle mie vite precedenti tanta la perfetta e istantanea empatia.

E’ uno dei libri più straordinariamente belli che abbia letto negli ultimi anni, mi ha tenuto in apnea fino alla fine e che mi ha lasciato un coacervo di emozioni difficilmente spiegabili.

Intanto i miei complimenti più sentiti a Murgia per lo stile narrativo, così denso e poetico e così raro da trovare e che le hanno fatto vincere il premio Campiello nel 2010; e grazie anche per i tanti dettagli degli usi, costumi e paesaggi sardi di cui ha disseminato la sua storia che ha al centro due donne, Tzia Bonaria Urrai, l’accabadora, e Maria Listru, sua fill ‘e anima. Attenta e speciale l’analisi psicologica di tutte e tutti le/i tante/i coprotagoniste/i e bellissimo, per una linguista come me, l’uso della lingua sarda sparso, una tantum, tra le pagine della storia.

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