L’avaro di Molière in salsa siciliana

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avaro2Tra i sette peccati capitali, quello dell’avarizia è stato spesso “rappresentato” sui palcoscenici teatrali di ogni epoca e di ogni latitudine. L’attaccamento ai beni materiali, alla “roba” di verghiana memoria, è stato in molteplici occasioni al centro dell’attenzione di autori che, nelle più diverse maniere, ne hanno condannato usi e costumi. Senza ombra di dubbio, “L’avaro” di  Molière, datato 1668, pièce portata in scena dalla compagnia Liotru al teatro Don Bosco di Catania, costituisce l’emblema delle opere che tratteggiano i difetti e i vizi di coloro che attribuiscono maggiore importanza ai propri averi rispetto a sentimenti, valori, principi universali. Nella riduzione in tre atti, sapientemente curata dalla regista Grazia Nicotra, il sodalizio artistico etneo ha saputo, in modo fluido e mai scontato, ben adattare in dialetto siciliano l’accattivante trama della commedia, puntando a delineare il peccato dell’avarizia non soltanto come morboso attaccamento ai beni materiali ma anche come assoluta mancanza di valori e sentimenti nei confronti dei propri simili e, sostanzialmente, nei confronti di sè stessi.

A vestire i panni di Arpagone, il protagonista, vedovo e padre di due figli, è stato l’efficace Aldo Seminara. Attorno alla sua figura si è snodato l’intreccio delle scene farsesche che hanno visto coinvolti gli altri interpreti della messinscena. E così, i figli Cleante (Francesco Macaluso) ed Elisa (Martina Zappalà), da un lato sottomessi all’arcigno padre, dall’altro desiderosi di ribellarsi per coronare i loro sogni d’amore osteggiati dallo stesso; o il fido, almeno in apparenza, Valerio (Ugo Signorelli), pretendente di Elisa costretto ad indossare i panni di un umile servitore pur di stare vicino all’amata; senza dimenticare le diverse figure che, per i più svariati interessi personali, ruotano attorno all’odiato avido personaggio, da Frosina (Deborah Sorbello), a mastro Simone (Pierluigi Giannetto), da mastro Giacomo (Giovanni Bonaventura) a Freccia (Roberto De Marzi), da Don Anselmo (Franco Blundo) a donna Mariana (Claudia Cantale). Ma alla resa dei conti è il destino, il fluire della quotidiana esistenza che rimette ordine le cose ed in virtù della tanto agognata giustizia universale attribuisce a ciascuno il proprio premio o la propria penitenza. E mentre ogni personaggio trova il coronamento del proprio sogno d’amore, Don Arpagone si ritrova solo e costretto ad abbracciare la “cascittina” che custodisce i suoi denari. La scellerata avarizia del protagonista fornisce certamente molteplici spunti di riflessione. Sulla scena anche Filippo Sorbello, nei panni di un commissario, e Chiara Maccarrone e i giovanissimi Sandro e Gloria Seminara che hanno interpretato i servi di Arpagone.

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