Cos’è il Jihad (prima parte)

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jihad

PREMESSA

Nell’immaginario occidentale il termine di “guerra santa” corrisponde subito a quello di kamikaze, attentatore suicida che semina intorno a sé morti innocenti.

In realtà i due termini non esistono nell’ambito islamico: ciò che noi chiamiamo “guerra santa” corrisponde a jihad (sforzo) mentre al kamikaze corrisponde quello di shaid (martire). E non è affatto vero affatto che il termine jihad implica necessariamente quello di shaid.

La confusione nella corrispondenza dei concetti, tuttavia, per quanto possa sembrare strano, non è solo dell’Occidente ma è anche molto ampia anche nello stesso mondo islamico. Fino agli anni ‘80 questi termini erano ormai desueti e quindi il ritorno a questi antichi concetti con significati e coloriture nuove creano non pochi equivoci agli stessi islamici.

Si impone quindi una puntualizzazione del significato dei due termini del loro evolversi negli ultimi 30 anni.

 

IL JIHAD PACIFICO

Il termine arabo coranico Jihad significa propriamente “sforzo”: talvolta nel corano è usato nel significato di sforzo interiore per adeguarsi alla volontà di Dio e talvolta in quello di sforzo bellico.

I due significati appaiono a una prima impressione del tutto in contrasto ma ad un esame più attento essi sono invece strettamente connessi.

Infatti il jihad è lo sforzo di abbandonarsi alla volontà di Allah (che è il significato proprio del termine arabo di “Islam”), di seguire cioè la legge che Allah ha dato agli uomini tramite il profeta Muhammed. Essa può essere seguita nel fare l’elemosina, il pellegrinaggio e le tante altre prescrizione ma può anche realizzarsi nella difesa armata dell’Islam stesso: bisogna seguire la volontà di Dio anche se questa può portare al sacrificio della vita.

In realtà il concetto si ritrova anche nel cristianesimo primitivo (e anche moderno): il cristiano segue la via indicata dal Signore (nella carità, nella preghiera, ecc.) anche fino a perdere la propria vita per testimoniare la propria fede (in greco: martire, cioè testimone) che diviene una via privilegiata, più diretta e intensa. Analogamente il mussulmano ritiene che l’uomo che perde la vita per difendere la propria religione sia un testimone della fede (shaid in arabo ha lo stesso significato del termine martire in greco). Vero è che il cristianesimo parla di un martire disarmato e non di un guerriero mentre invece l’islam allude proprio a un combattente in una guerra difensiva che diviene poi anche offensiva nella difficoltà pratica della distinzione: tutta la prodigiosa espansione dell’islam dei primi tempi viene presentata come una guerra difensiva mentre in realtà fu la conquiste di nuove terre all’islam. Perché l’islam ha avuto fin all’inizio una connotazione bellica. Si noti però che se i cristiani dei primi secoli si offrirono al martirio (testimonianza) senza opporre nessuna resistenza, una volta che si costituì una società cristiana si accettò anche la necessità della difesa e con il tempo il cristianesimo medioevale assunse caratteri guerreschi (cavalieri, crociate, ordini monastico-cavallereschi).

Il jihad, quindi, oltre che essere uno sforzo interiore per la propria perfezione. Si può manifestare come sforzo per difendere e anche diffondere la fede. Tuttavia questo non significa affatto che il Jihad debba risolversi solamente in una azione di carattere bellico e violento.

Il jihad infatti può esprimersi innanzi tutto nella apologetica dell’islam e nella diffusione del suo credo e dei suoi principi in modo pacifico. In quello che noi definiremmo “apostolato”. Come quello cristiano, esso può essere rivolto sia verso i fedeli stessi per rafforzare e approfondire la fede, sia verso i non credenti per conquistarli alla vera fede. Pertanto i centri studi, le biblioteche, i giornali, la predicazione itinerante, i siti internet, radio e TV  e ogni altro mezzo di comunicazione possono realizzare il Jihad.

In particolari i centri islamici, in genere raccolti intorno alle mosche, hanno grande importanza e affiancano alle attività propriamente religiose attività educative e anche assistenziali analogamente a quanto avviene per le parrocchie cattoliche. In tal modo si radicano profondamente nel popolo: il successo e la forza di organizzazione come i Fratelli Mussulmani derivano essenzialmente dalle attività di assistenza capillare che svolgono fra la gente più povera analogamente al modo tradizionale di operare dei conventi cattolici che offrirono sempre almeno una scodella di cibo ai bisognosi.

Chiaramente le democrazie occidentali considerano del tutto lecito questo modo di intendere il Jihad perché conforme ai propri principi di libertà individuale e di espressione delle idee anche se molti lamentano che non vi sia reciprocità in quanto nel paesi islamici non è possibile svolgere attività del genere ai cristiani.

Il jihad è anche resistenza alla invadenza delle idee moderne considerate immorali, prima fra tutte le permissività sessuale o l’uso di alcool: l’uso richiesto del jihab (velo islamico) è un segno di resistenza a una cultura considerata lesiva di principi morali. In effetti anche le autorità religiose cristiane sostengono una resistenza a certi aspetti della cultura moderna (talvolta in sintonia sostanziale con quelle islamiche) e questo fatto è considerato assolutamente legittimo: nessuno definirebbe il Papa un sovversivo perché condanna le unioni gay, i rapporti extraconiugali, l’aborto ecc.

(Qui la seconda parte)

 

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