Cos’è il Jihad (seconda parte)

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PREMESSA

Nell’immaginario occidentale il termine di “guerra santa” corrisponde subito a quello di kamikaze, attentatore suicida che semina intorno a sé morti innocenti.

In realtà i due termini non esistono nell’ambito islamico: ciò che noi chiamiamo “guerra santa” corrisponde a jihad (sforzo) mentre al kamikaze corrisponde quello di shaid (martire). E non è affatto vero affatto che il termine jihad implica necessariamente quello di shaid.

La confusione nella corrispondenza dei concetti, tuttavia, per quanto possa sembrare strano, non è solo dell’Occidente ma è anche molto ampia anche nello stesso mondo islamico. Fino agli anni ‘80 questi termini erano ormai desueti e quindi il ritorno a questi antichi concetti con significati e coloriture nuove creano non pochi equivoci agli stessi islamici.

Si impone quindi una puntualizzazione del significato dei due termini del loro evolversi negli ultimi 30 anni.

 

IL JIHAD VIOLENTO

Il problema naturalmente sorge quando il Jihad assume la forma di lotta armata o comunque violenta.

Ma anche il jihad violento e guerresco non è certamente tutto riconducibile all’attentato suicida. Esso può assumere la forma di una rivoluzione popolare: è questo il caso dell’Iran del 1979.

La sollevazione contro lo Scià fu in realtà un movimento generale di tutta, o quasi tutta, la popolazione. Si trattò di una vera e propria rivoluzione popolare, molto di più di quanto lo fossero quella francese o russa che furono pur sempre espressioni di una minoranza, sia pure consistenti. Sostanzialmente la rivoluzione fu pacifica: masse oceaniche di popolo dimostrarono contro lo Scià affrontando senza armi polizia ed esercito, fino a che questi ultimi, di fronte alla manifestazione di una volontà cosi generale, abbandonarono ogni tentativo di repressione e lo Scià fu costretto alla fuga.

Il fondamentalismo islamico dell’ayatollah Khomeini uscì poi vincitore di fronte alle altre componenti dell’opposizione allo Scià, e quindi tutto il movimento fu presentato a posteriori come un jihad: una guerra di difesa contro il governo dello Scià, che non era più considerato legittimo perché contrario ai principi dell’Islam, ed emanazione del “grande satana” (come fu definita l’America in quanto espressione di un mondo senza Dio, non di un mondo cristiano).

Subito dopo il jihad prese l’aspetto di una guerra regolare, una delle poche guerre regolari dei nostri tempi: la guerra tra Iraq e Iran. L’Iraq di Saddamm Hussein attaccò nel 1979 l’Iran, confidando in un facile successo per il caos regnante in Iran dopo la caduta dello Scià; invece l’Iran reagì con forza, bloccò l’attacco e passò quindi a un contrattacco. La guerra durò otto anni, costò forse un milione di morti e fu presentata da parte iraniana come un jihad contro il regime di Saddam Hussein inteso come espressione del laicismo di derivazione occidentale ed abbandono del “vero” islam, Quindi, si disse, guerra di difesa contro “il piccolo satana”, emanazione del “grande satana” che restavano gli Stati Uniti.

Il jihad prese invece l’aspetto di una guerriglia in quegli stessi anni in Afghanistan: l’intervento sovietico in appoggio al regime comunista scatenò una lunga e sanguinosa rivolta, propriamente una guerriglia, che ebbe l’appoggio di tutto il mondo islamico e anche degli USA. Nel 1989 l’Unione Sovietica si ritirò dall’Afghanistan, per un radicale cambio di indirizzo politico ad opera di Gorbaciov; qualche anno dopo poi si dissolse la stessa Unione Sovietica. I combattenti islamici tuttavia considerarono il ritiro sovietico esclusivamente dovuto alla loro lotta, ritennero quindi di aver sconfitto l’URSS ed anzi ebbero l’impressione che la sua stessa dissoluzione fosse dovuta sostanzialmente alla loro vittoria.

Il jihad cominciò ad assumere la forma del terrorismo nell’ambito dell’infinito conflitto arabo-israeliano soprattutto all’inizio nella crisi del libano. Non che il Jihad vi introdusse il terrorismo: esso era ormai una forma di lotta adottata dai Palestinese da quando nella guerra “dei sei giorni” nel 1967 gli eserciti arabi erano stati rovinosamente sconfitti dagli israeliani e non si vedeva alcuna possibilità di affrontare ancora gli israeliani con una guerra convenzionale. Ma negli anni ‘80 la lotta palestinese cominciò ad assumere una caratterizzazione religiosa, divenne cioè anche essa un Jihad mentre era stata negli anni precedenti intesa come una lotta di liberazione senza particolari connotazioni religiose: anzi, spesso gli attentatori erano cristiani che costituivano una minoranza importante nell’ambito dei palestinesi arabi e del relativo Movimento di liberazione.

In Libano però si innesta anche il fenomeno degli attentatori suicidi. Il fenomeno aveva avuto il suo diretto precedente nella guerra regolare Iraq-Iran: fra gli iraniani, nell’ambiente dei pasdaran (i guardiani della rivoluzione), fedelissimi di Khomeini, si formarono squadre di giovanissimi chiamati basiji (“quelli che si radunano”), pronti a immolarsi nella prospettiva del jihad. Sarebbe occorso secondo il diritto islamico il permesso dei rispettivi padri, ma l’ayatollah Khomeini affermò di essere il padre di ogni credente e concesse il permesso egli stesso a tutti. Quando bisognava avanzare contro gli iracheni, protetti da campi minati, venivano chiamati i basiji; questi si accalcavano a volte persino in numero eccessivo, e scoppiavano delle risse per poter partecipare all’azione.

I ragazzi si stringevano alla fronte un nastro, su cui erano scritti dei versi del corano, ed avanzavano cantando sui campi minati trovando la morte saltando sulle mine: dietro di essi avanzavano poi i soldati regolari iraniani. Il fatto destò orrore in Occidente, ma nell’Iran di Khomeini questi giovani furono onorati e grande prestigio si riversava anche sulle loro famiglie: per essi si ricominciò a parlare di shaid (termine ormai desueto anche nell’ambito islamico), si parlò del fatto che sarebbero stati assunti immediatamente in paradiso accolti da uno stuolo di Uri (le fanciulle dei grandi occhi di cui parla il Corano e la tradizione islamica).

I “basiji” tuttavia si immolavano in una guerra regolare contro eserciti nemici schierati: non erano nemmeno dei combattenti veri e propri, non portavano armi, non uccidevano, semplicemente si sacrificavano per aprire la strada ai soldati regolari.

Ma in Libano e Palestina il fenomeno dei basiji si incontra con il metodo di guerra del terrorismo e i due fenomeni ben distinti prima si unificarono: parve che gli attentati sarebbero stati ben più efficaci e devastanti se gli attentatori fossero stati disposti a morire anche essi. In effetti le conseguenze furono veramente efficaci: è molto più facile effettuare un attentato se non bisogna preoccuparsi di salvare la propria vita.

Il primo esempio clamoroso fu l’attentato in Libano contro le forze americane: nell’ottobre del 1983 un furgoncino guidato da un attentatore suicida esplose all’interno di un caserma americana causando la morte di 241 soldati. La pratica dagli ambienti sciiti del Libano si è diffusa fra i palestinesi e in tutto il mondo islamico.

È apparso alle fazioni estremiste una grande e decisiva arma per combattere i nemici che non si riesce ad affrontare in campo aperto. La convinzione fondamentale dei terroristi islamici è che essi vinceranno, perché i propri combattenti non temono la morte mentre i loro avversari vogliono solo salvare la propria vita. Lo shaid è l’esempio proprio di questa disparità morale che permetterebbe all’Islam di vincere la sua guerra contro gli infedeli: il coraggio sorretto dalla fede vince contro tutte le tecnologie: è un’idea esaltante per chi non ha le armi per combattere una causa che egli ritiene giusto.

Una certa parte dell’islam (al qaeda. IS )  ritiene che i regimi moderati, retti dalle élite culturali più o meno imbevute di cultura occidentale, di destra o di sinistra non fa grande differenza, debbano essere rovesciate per essere sostituite da regimi integralisti islamici (emirati): essi individuano poi nell’Occidente in generale e negli Usa in particolare non solo la fonte culturale della degenerazione dell’Islam ma anche il sostegno politico e militare di tali corrotti regimi. Individuano pertanto negli Usa e nell’Occidente in generale il vero nemico da abbattere: ma essi non dispongono certo di eserciti in grado di affrontare quelli occidentali. È nata quindi del tutto naturale l’idea che il terrorismo avrebbe creato tanta paura nei fiacchi, deboli e non motivati occidentali, troppo immersi nei vizi e nelle comodità materiali per avere il coraggio di reagire.

In questo orizzonte spirituale sono maturati gli attentati contro gli occidentali culminati in quelli dell’11 settembre.

Solo allora il mondo occidentale ma in parte, giova ancora notarlo, lo stesso mondo islamico ha scoperto gli shaid, ha connesso strettamente l’attentato suicida e la guerra santa, il jihad e lo shaid. In realtà, come abbiamo mostrato, i due concetti sono ben distinti: solo occasionalmente essi si sono incontrati: il jihad non è affatto solo la violenza bellica e questa comunque non si riduce al terrorismo.

CONCLUSIONE

Tuttavia, nella storia, quello che è percepito è più importante di quello che è nella realtà, particolarmente poi in un mondo globalizzato in cui predominano i mass media con le loro terribili semplificazioni.

Ormai ogni mussulmano particolarmente pio appare come un potenziale attentatore suicida: ogni centro islamico un covo di estremisti. Pochi in Occidente hanno la capacità o anche la voglia di distinguere un jihad pacifico da uno violento, un credente molto pio da uno disposto a diventare un assassino: la conseguenza è che almeno per una generazione non solo l’integralismo ma tutto in generale l’islam è caduto in sospetto in tutto il mondo.

In una lettera aperta l’intellettuale pakistano S.A.Rehman di fede mussulmana rivolto a Bin laden e ai suoi seguaci chiedeva: “sapete quale grado di biasimo, di abominio, di miseria, di debolezza si è venuto a rovesciare sugli innocenti e pacifici mussulmani in tutto il mondo per il vostro cosiddetto Jihad ?”

Come dargli torto?

(La prima parte di questo articolo è stata pubblicata ieri)

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