Foreign fighters

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L’espressione inglese indica i volontari stranieri che combattono in vari organizzazioni estremiste islamiche, soprattutto nell’IS. Quello che desta sconcerto nell’opinione pubblica europea è che un parte consistente di essi sono cittadini europei, in genere figli di immigrati di seconda o terza generazione e non mancano anche convertiti di origine propriamente europea. La meraviglia nasce dal fatto che si immagina il radicalismo islamico come qualcosa di un lontano e oscuro passato, comprensibile sì in posti sperduti fra i remoti monti dell’Afganistan o dei deserti del Sahara ma impensabili in persone che hanno studiato nelle nostre scuole, che hanno avuto come compagni i nostri figli, che passeggiano nelle nostre strade, che frequentano i nostri pub.

In realtà noi dovremmo distinguere due modelli diversi di radicalismo islamico. In alcuni casi si tratta di un attaccamento forte al proprio stile di vita tradizionale che non si vuole abbandonare per abbracciarne uno importato più o meno direttamente dall’Occidente. Il riferimento islamico nasce più che da un puro zelo religioso dal fatto che la tradizione si identifica con l’Islam o meglio con una particolare versione dell’Islam nella quale possono coesistere anche elementi pre islamici o extra islamici.  E’ il caso tipico dei cosiddetti talebani dell’Afganistan o del Pakistan: si sentono minacciati da una cultura che appare a loro estranea, incomprensibile, folle, soprattutto empia, immorale e si aggrappano quindi alla propria tradizione. Fra di essi non si trovano foreign fighters provenienti dall’Europa e nemmeno da altri paesi islamici.

Sono fenomeni ricorrenti nella storia: si pensi ad esempio alla Vandea durante la Rivoluzione Francese o ai Sanfedisti del regno di Napoli. Va anche notata che i vantaggi della libertà e del nuovo ordine di idee non si vedevano affatto allora in quei luoghi e quindi quasi istintivamente ci si attaccava al modo di vita tradizionale, al villaggio che almeno era rassicurante in quanto conosciuto.  Così anche nell’Afganistan non si sono visti affatto la prosperità e il benessere promessi degli Americani per motivi che qui non esaminiamo.

Ma accanto al semplice, direi istintivo attaccamento al consueto, al conosciuto è quindi rassicurante vi è pure un ideale radicale e jihadista che si presenta come il nuovo, l’avvenire, la scoperta: è questo è proprio di movimenti jihadisti soprattutto attualmente dell’IS che attirano foreign fighters.

Il fatto che si ci si richiami alla tradizione di mille anni fa non significa che non si tratti del nuovo, che non si guardi al futuro. Il rinnovamento che si pone come ritorno al passato è un fatto comune nella storia. Per esemplificare possiamo pensare all’Umanesimo come riscoperta dell’antichità o alla Riforma Protestante come ritorno ai tempi evangelici. Anche nell’ambito islamico il ritorno ai salafiti (ai primi tempi della predicazione coranica) può essere considerata una novità perché in realtà è una novità per l’attuale generazione e per quelle che la hanno immediatamente precedute.

Il jihad guerresco si pone allora un ideale in grado di affascinare molti, di richiamare combattenti volontari da tutta la Umma. In tutte le guerre ideologiche ci sono stranieri che combattono per una parte o per l’altra. Esemplificando ricordiamo le Brigate Internazionali nella Guerra Civile Spagnola e anche fra i garibaldini vi erano una percentuale non trascurabile di volontari stranieri. Non vanno ovviamente confusi con i mercenari che restano indifferenti agli ideali della parte per la quale combattono e sono mossi da interessi economici o da spirito di avventura o da disagio per la vita comune.

Così da ogni parte della umma nei paesi mussulmani o cristiani partono in tanti giovani e giovanissimi, a volte anche donne che pare costituiscano intorno al 15% del totale. Alcune vogliono proprio combattere e immolarsi ma altre si accontentano del cosiddetto jihad sessuale: fanno da maîtresse nei bordelli per combattenti o si offrono esse stesse come premio ai valorosi che vanno a morire. Incidentalmente siamo molto lontani dalla rigida morale islamica ma notiamo come anche le donne siano contagiate dal clima eroico.

Per la maggior parte i volontari provengono ai paesi islamici, in particolare da quelli nei quali le primavere arabe sono tristemente fallite. Tuttavia la Tunisia, unico paese in cui si è formata una democrazia sia pure embrionale ha dato il maggior numero di volontari rispetto alla popolazione.

La motivazione pare essere soprattutto la delusione: i regimi nazionalisti che fino agli anni ‘70 galvanizzavano le masse arabe sono degenerate man mano in dittature sempre più spietate e poi sprofondate sotto una montagna di corruzione Le primavere arabe sono apparse per qualche breve tempo uno spiraglio di rinascita ma sono tutte fallite o degenerate in sanguinose guerre civili. Molti allora si sono rivolti all’ideale religioso come ultima e prima via di un rinascimento sempre promesso e mai iniziato. I vessilli del califfato rievocano un passato di splendore, di benessere (molto esagerato nell’immaginario collettivo) e in contrapposizione al malessere, alla miseria, alla mancanza di prospettive dell’oggi nei paesi dell’Islam.

Ma perché partono anche dall’Europa? La spiegazione è in parte simile e in parte diversa. Dal punto di vita socio economico non appare una categoria particolare: ci sono integrati e non integrati, istruititi e non istruiti, ricchi e poveri.  Non è vero, come alcun pensano, che vengano solo dalle periferie, da ghetti, dalle zone di disagio sociale. Non si tratta quindi di migliorare le condizioni economiche o di agire sulla integrazione come molti immaginano. Si tratta di seconde o terze generazioni, di persone quindi nate ed educate nei paesi europei mentre le prime generazioni sono tutte impegnate nello sforzo di sopravvivere di inserirsi e non hanno tempo e volontà per impelagarsi in situazioni rischiose. Questo spiega perché il numero di volontari venuti dall’Italia, paese di recente immigrazione, sia molto basso rispetto ad altri paesi di immigrazione ben più lontana.

Molto importante è notare che in genere non provengono da ambienti particolarmente religiosi, non sono cresciuti nel fanatismo, spesso in pratica avevano abbracciato il dilagante ateismo dell’Occidente. Non provengono dai luoghi di culto, dal fervore religioso, spesso invece dalle carceri, dai luoghi del vizio. In genere si tratta infatti di una conversione più o meno improvvisa e del tutto personale. I vicini, gli amici, la stessa famiglia spesso non se ne sono nemmeno accorti.

Se nel Medio Oriente prevalgono nelle cause le disastrose condizioni reali in Europa vanno invece considerate le condizioni ideali. I giovani e l’uomo in generale ha bisogno di dare senso alla propria vita e per molti occorre una senso molto forte, un qualcosa di eroico. Ma in Occidente non ci sono più grandi ideali politici. Sono finiti per fortuna i nazionalismi esasperati, è finito pure il sogno comunista, quello del socialismo reale e poi quello della contestazione. I partiti politici sono sempre più indistinguibili, nessuno pare ricordarsi di ideali forti che possano dare un senso alla vale per i quali vivere e morire. Accade allora che un certo numero di giovani trova un ideale in grado di dare un senso alla propria vita nel jihadismo. Anche se si tratta di giovani di origine mussulmana, tuttavia si tratta di una conversione nuova, non di una religiosità vista come tranquilla regola di una vita normale, comune di tutti i giorni. Fra i credenti e fra i non credenti ci sono tanti che rifiutano una vita banale, che vogliono dare un senso ad essa e partono per lontane terre in missione umanitarie di apostolato o di ogni genere. E poi molti non sopportano una vita fatta di lavoro che non si trova, di conti di famiglia che non tornano, di bambini che piangono e di mogli stizzite.  Niente da meravigliarsi che alcuni che hanno rincontrato l’islam vadano a fare la jihad per dare un senso alla loro vita.

Bisogna però considerare un fenomeno importante indicato in sociologia con il temine “marginal man”, cioè della situazione in cui vengono a trovarsi individui che a causa di emigrazione restano sospesi fra due identità diverse.

Un musulmano che vive in Occidente sarà percepito dagli occidentali come un “diverso” perché mussulmano e dai suoi compatrioti ancora come un “diverso” perché vive in Occidente: un emigrante di terza generazione in Francia di origine magrebina non verrà percepito come francese dai francesi ma nemmeno come arabo dagli arabi: la sua identità rimane incerta, indefinita. Il Jihadismo invece gli offre una identità decontestualizzata nel tempo e nello spazio: un salafita non è né afgano né americano, non è del XXI secolo o del X secolo: vive in una specie di patria ideale senza confini, non ha tradizioni, né patria, né tempo. È un’identità particolarmente adatta per chi non riesce più a identificarsi in nessuna patria e in nessuna tradizione.

Importante è che si tenga presente la proporzione del fenomeno dei foreign fighters: si tratta di alcune migliaia di giovani (forse 4 mila) a fronte dei molti milioni di mussulmani (forse 40 milioni) residenti in Europa. Facendo una proporzione, siamo sull’ordine di 1 su diecimila.

Questo non significa che il problema sia da sottovalutare Anche poche decine di persone possono gettare nel terrore l’intero Occidente e condizionarne lo sviluppo economico e civile.

 

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