Il rapporto Chilcot

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Nell’ormai lontano 2009, su impulso dell’allora primo ministro Gordon Brown, fu istituita una commissione sotto la presidenza di John Chilcot per indagare sulle circostanze dell’intervento militare in Iraq del 2003. Dopo sette anni la commissione ha pubblicato gli atti dell’inchiesta in 12 grossi volumi traendo delle conclusioni nelle quali si dà un giudizio molto negativo dell’operato di Blair. Si afferma che non si erano esplorate tutte le vie diplomatiche possibili, che non c’erano prove sull’effettivo possesso di armi di sterminio di massa da parte di Saddam, che mancavano anche i presupposti legali per l’intervento.

Mi pare che la commissione Chilcot sia sulla stessa strada del voto del parlamento tedesco che sancisce il genocidio armeno: una specie di giustizialismo che sostituisce il giudizio storico e/o politico. È vero che la commissione non è una corte di giustizia ma sostanzialmente ne ha i caratteri. Qualcuno pensa pure che sia la base di possibili azioni giudiziarie contro quelli che presero le decisioni che ora la commissione sentenzia fossero sbagliate, anzi addirittura illegali.

Ma la commissione non ha trovato fatti nuovi che non fossero ampiamente conosciuti e divulgati e analizzati già sette anni fa quando la commissione ha cominciato il suo lungo e immenso lavoro.

Quale senso hanno allora le sue conclusioni che sembrano una sentenza?  In effetti danno un giudizio storico-politico negativo sull’intervento promosso da Blair ma non si vede per quale strano motivo tale giudizio dovrebbe essere  più autorevole dei tanti giudizi storico-politici che si sono potuti leggere in questi anni in una miriade veramente sconfinata di pubblicazioni sull’argomento.

Si parte dalla constatazione dell’inesistenza delle armi di sterminio di massa, fatto conosciuto ampiamente molto prima che la commissione stessa iniziasse i lavori. Ma non si può fare storia con il senno di poi: al momento sembrò che quelle informazioni fossero attendibili. Nel rapporto si dice che non c’erano prove sufficienti ma non si trattava di processo penale che può durare tutto il tempo necessario e in cui il dubbio è a favore del reo ma di una decisone militare che non può aspettare. Si ricordi pure (ma pare che non lo ricorda nessuno) che Tarek Aziz (il ministro cristiano di Saddam) spiegò che Saddam volle mantenersi nell’ambiguità perché temeva soprattutto l’Iran e pensava che gli USA non sarebbero intervenuti o che comunque li avrebbe fermati (tutti in Iraq lo pensavano, per mia conoscenza diretta lo pensavano tutti anche in Egitto).

Ma soprattutto il possesso di tali armi era solo una occasione (un pretesto): il vero motivo era il piano di portare la democrazia in Medio Oriente che potesse sradicate il terrorismo in modo definitivo. Lo disse tante volte Bush, e lo dicevano i neo com che lo sostenevano.  Il corso degli eventi ha dimostrato che era un errore: tolto di mezzo il sanguinario dittatore, gli iracheni invece di impegnarsi alla democrazia e al benessere si sono scatenati in guerre etnico religiose forsennate e infinite. Qui c’è il vero errore dell’intervento soprattutto del dopo intervento: credere che gli iracheni si sarebbero comportati come gli inglesi. Gli iracheni non sono inglesi… e questo è un errore che commettiamo spesso.

 

 

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