Il burkini

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Si scatenano in Francia accese polemiche sull’uso del burkini sulle spiagge, vietati da alcuni sindaci, riammessi per decisione di giudici.

Il problema è una riedizione di quella sul velo islamico che tanto ha diviso l’opinione pubblica in tutto l’Occidente, vietato come simbolo religioso, osteggiato come segno della subordinazione femminile, soprattutto come espressione di estremismo ed ostacolo all’integrazione.

Cerchiamo di fare un po’ di chiarezza.

Nel Corano è previsto un velo, in arabo Higiab, letteralmente “copertura” che viene  tradotto con “velo” che dà un’idea più lieve e gioiosa:

Sura XXIV An-Nûr (La Luce)

E dì alle credenti di abbassare i loro sguardi ed essere caste e di non mostrare, dei loro ornamenti, se non quello che appare; di lasciare scendere il loro velo fin sul petto e non mostrare i loro ornamenti ad altri che ai loro mariti, ai loro padri, ai padri dei loro mariti, ai loro figli, ai figli dei loro mariti, ai loro fratelli, ai figli dei loro fratelli, ai figli delle loro sorelle, alle loro donne, alle schiave che possiedono, ai servi maschi che non hanno desiderio, ai ragazzi impuberi che non hanno interesse per le parti nascoste delle donne. E non battano i piedi sì da mostrare gli ornamenti che celano. Tornate pentiti ad Allah tutti quanti, o credenti, affinché possiate prosperare.

Il problema è nell’interpretazione della “copertura”. Per alcuni la prescrizione coranica viene interpretata come un semplice invito alla modestia del vestire delle donne e non propriamente come una tassativa prescrizione religiosa e il velo che copre i capelli viene visto semplicemente come una tradizione ormai da superare. In questa ottica molte mussulmane ormai non lo usano più, in molti Paesi ormai è raro e addirittura Kemal Ataturk in Turchia lo proibì proprio per legge.

Quindi il velo che copre la testa può essere o meno una prescrizione religiosa a seconda dell’interpretazione, ma andare in spiaggia a mostrare con grande disinvoltura tutti i propri ornamenti è cosa abbastanza diversa. L’uso di fare bagni di mare è abbastanza recente, anche da noi, e all’inizio le donne (e anche gli uomini) andavano coperte quasi come nella vita ordinaria. Man mano poi si è passati a tutta una varietà di costumi da spiaggia più o meno ristretti restando però esclusa la nudità completa ammessa solo in alcuni luoghi ben delimitati (spiagge per nudisti).

Nel mondo mussulmano non è avvenuto la stessa cosa e, come le nostre nonne, le donne intendono mantenere, anche in spiaggia, quello che ritengono una regola di pudore: più quindi che una prescrizione religiosa il burkini può rappresentare una scelta etica.

Il coprirsi ha un poi un significato più generale. Ormai in Occidente vi è un ampia libertà sessuale e i rapporti pre-matrimoniali sono ormai generalizzati. La società mussulmana (come d’altronde quella cattolica) non intende assecondare questo comportamento: il velo e il burkini allora diventano anche il simbolo di un comportamento che riserva i rapporti sessuali strettamente all’ambito matrimoniale.

Non possiamo considerare il coprirsi come un segno di sottomissione delle donne che è un altro problema. In tutte le culture esistono canoni dell’abbigliamento sia per gli uomini che per le donne che possono essere molto rigidi Gli uomini arabi non stanno mai a dorso nudo, ad esempio. Da noi un uomo non può andare in calzoni corti a un matrimonio o a un funerale, perfino Grillo ha messo la cravatta per andare in parlamento. Ora il velo islamico è diventato simbolo di molte cose diverse e quindi di grandi contese ma non della subordinazione femminile. In nessuna cultura il coprirsi per una donna è simbolo di schiavitù, anzi per una donna essere scoperta invece può significare perdita della propria dignità, diventare un oggetto. E questa è l’interpretazione unanime del mondo islamico (anche di quello cattolico, per la verità).

Il motivo principale dell’avversione al burkini è che esso appare come una manifestazione di integralismo.

Tuttavia, come prima notato, questo è un fatto molto relativo perché non corrisponde veramente, a differenza del velo, a una supposta interpretazione religiosa. Soprattutto sarebbe da notare che il terrorismo difficilmente si origina in ambienti islamici osservanti ma che quasi esclusivamente è opera di persone che prima hanno perso la fede e poi la ritrovano nella loro versione più estremista del jihadismo mentre quelli osservanti in linea generale restano in un ambito istituzionalizzato, lontani da suggestione jihadiste.

Rimane il problema della difficoltà della integrazione culturale: in pratica il burkini diventa un segno di una cultura diversa che non si assimila al resto della popolazione femminile, e questo certamente è un problema serio.

Un immigrato ungherese dopo una generazione diventa francese (magari anche presidente della repubblica come Sarkozy) ma un islamico rimane sempre qualcosa di diverso, per tutte le generazioni.

Sembra anche difficile giuridicamente trovare una motivo per vietare il burkini: anche se lo consideriamo un simbolo religioso potrebbe comunque essere indossato al di fuori degli edifici pubblici (e la spiaggia certo non lo è), non ha senso considerarlo un atto di discriminazione verso le donne.

Pare poi veramente un po’ ridicola la funzione del vigile che sanziona chi si spoglia troppo e chi si spoglia troppo poco. D’altra parte, per gli stessi motivi, bisognerebbe proibire di andare in spiaggia anche alle suore che adottano un costume ancora più castigato del burkini e anche molto meno elegante.

Insomma, se una donna vuol andare in spiaggia senza mostrare i propri ornamenti come possiamo dirle che per legge li deve mostrare?

 

 

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