Talèh che folk

Print Friendly, PDF & Email

taleh Si chiuderà stasera, con i concerti dell’estone Maarja Nuut e dell’ennese Davide Campisi, rispettivamente alle 20 all’Auditorium San Vincenzo Ferreri e alle 22 in Piazza Duomo, la quarta edizione di IblaFolk, la tre giorni organizzata dall’associazione Darshan e consacrata alla musica popolare siciliana e non solo.

«Abbiamo voluto colmare un vuoto, quello dedicato al folk», ci ha detto  Saro Tribastone, direttore artistico del festival, «dando in questo modo spazio a chi fa musica popolare nel comprensorio degli Iblei, in Sicilia e, anche, a quei musicisti che vengono dall’estero ma che seguono un percorsi simile al nostro. Il tutto all’interno di un palcoscenico naturale, e suggestivo, come quello di Ragusa Ibla».

Ad aprire l’IblaFolk, venerdì, è stato il seminario sulle danze siciliane condotto da Santino Merrino e Marilena Fede, cui ha fatto seguito “Tradidanze”, una festa per ballare con la tradizione musicale peloritana.

Ieri sera, invece, la scena è stata occupata dai ragusani Talèh che, con il loro concerto, hanno coinvolto diverse centinaia di spettatori. Lo storico gruppo ibleo, che da vent’anni porta in giro le tradizioni della nostra regione, ha proposto l ‘ultima produzione, Mistera, un disco che «ha come tema quello delle tradizioni misteriose di Ragusa, storie legate alla leggenda dei “patruna ro luocu”, a quella dei “ciarauli” o del “signuruzzu truvatu” dei “cento pozzi”», a raccontarcelo è Turi Dipasquale, voce e anima dei Talèh. «Questo nostro disco, che fa seguito a Ratapuntu uscito nel 2009, è stato selezionato per la Targa Tenco ed è riuscito a raggiungere la semifinale. Un grande risultato considerando che davanti a noi c’erano artisti del calibro di Enzo Gragnaniello».

Quanto sono cambiati i Talèh da quella sera del 1996 quando si sono esibiti alla seconda edizione di Ibla Buskers?

«Tanto! Sia nella formazione, che nel modo di interpretare questo genere. Allora con me e Gianni Guastella c’erano Carla Cau e Gabriella Gurrieri, oggi ci sono Vincent Migliorisi, voce e plettri, Peppe Sarta, voce e fisarmonica, Andrea Chessari, tamburello e percussioni, e Jascha Parisi al basso. Se prima eravamo un gruppo che si approcciava alla musica in modo più che altro dilettantesco, adesso ci siamo strutturati in modo professionale. Anche lo scrivere i testi è cambiato, eliminando tutti quei termini italiani sicilianizzati, tornando a utilizzare il nostro volgare nella forma più pura».

Dopo stasera, cosa c’è nel vostro futuro?

«Tanta incertezza. Questi sono tempi di crisi e, nonostante i riconoscimenti che ci arrivano da più parti, suonare diventa sempre più difficile perché gli Enti pubblici investono poco nella cultura. Noi però, imperterriti, continuiamo per la nostra strada perché il nostro scopo è quello di raccontare Ragusa, i ragusani e i siciliani, con i loro usi e il loro modo di essere. Lo facciamo soprattutto per passione; quando riusciamo anche a guadagnare qualche euro, bene, ma ciò che ci spinge ad andare avanti, nonostante tutto, è soprattutto la passione».

E noi, anche alla luce di quanto ascoltato ieri, ci auguriamo che la passione non li abbandoni mai.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*