Tramonto dello stato islamico

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La sorte dello stato islamico sembra ormai segnata: rimane solo incerto il tempo della sua caduta ma non la caduta. In Siria, in verità, la lotta all’ISIS segna il passo perché Asad, con il potente aiuto russo, ha per obbiettivo primario i suoi nemici non-ISIS cioè le milizie islamiste e quelle laiche del Libero Esercito Siriano che in realtà non sono poi tanto distinguibili poiché ambedue si riconoscono nella parte sunnita. Ed è comprensibile l’intento di Asad: finché esiste l’ISIS la sua presenza è preziosa e indispensabile come il più sicuro e principale nemico di esso: paradossalmente la forza dell’ISIS rende più forte la posizione di Asad: i nemici si tengono a vicenda, un fatto poi comune nella storia.

In Iraq invece, verso la citta principale di tutto il califfato, Mosu,l si muovono le milizie curde e quelle sciite e l’esercito regolare iracheno che in realtà è anche esso formato da sciiti, tutti appoggiati all’aviazione occidentale. Le forze del califfato sono esigue, in parte sono già fuggite rifugiandosi in Siria, forse in parte si sono sciolte. Pare che restano soprattutto i volontari provenienti dall’Europa che non hanno scampo: non possono confondersi con le popolazioni arabe e non possono tornare nei loro paesi di origine. Si parla di una difesa estrema in Mosul, una specie di Stalingrado islamica ma, a parte che non si ricordano Stalingrado islamiche, mancano le forze popolari che diedero luogo a quella lontana epopea. Possono solo creare difficoltà, diversivi, rallentare l’avanzata, fare qualche inutile e insulsa strage qui e là. Ma non possono più illudersi che Allah sia con loro, che è un punto centrale dell’ISIS. Quando fu proclamato il califfato si riconobbe che non c’erano elementi che lo legittimassero ma che essi sarebbero venuti con le grandi vittorie che Allah avrebbe concesso loro: una difesa estrema senza speranza non può passare per una vittoria nemmeno per i jihadisti.

In realtà le forze dell ISIS sono state sempre molto esigue, per la metà formate da volontari provenienti da tanti paesi diversi. La loro resistenza per anni è dovuta a una serie di fortuite circostanze nei complessi intrecci del M.O. che però il fanatismo estremo dei jihadisti ha dissolto incautamente.

I successi iniziali erano dovuti soprattutto al fatto che i sunniti di Iraq e Siria che si sentivano oppressi dagli sciiti (e alawiti) li accoglievano come liberatori mentre l’esercito iracheno, nelle terre sunnite, si dissolveva senza combattere cedendo anche le armi. L’ISIS però cominciava a perseguitare ferocemente gli sciiti determinando la reazione dell’intero mondo sciita. Ha poi infierito in modo del tutto ingiustificato sui cristiani e sugli yazidi arrivando a usare come schiave sessuali le loro donne. Un fatto che ha gettato su di essi un’infamia ancora maggiore che le spietate esecuzioni di prigionieri e nemici veri o immaginari. Sono andati poi a scontrarsi con i Curdi, una etnia che da sempre si sente in guerra, ben organizzata e decisa a difendersi: non c’era alcun motivo ragionevole di aprire un tale fronte. Dapprima la Turchia per motivi ideologici e politici li ha favoriti permettendo l’arrivo di rifornimenti e volontari. Per tutta risposta, di fronte a certe indecisioni, hanno colpito la Turchia con attentati devastanti, costringendola alla fine a cambiare radicalmente politica. Hanno rivendicato attacchi in Francia e in tutto l’Occidente del tutto controproducenti. Hanno organizzato addirittura una strage di sciiti afgani in una pacifica dimostrazioni a Kabul alienandosi perfino le simpatie dei talebani che non gradirono questa intromissione sanguinosa.

Perfino le altre organizzazioni jihadiste di ascendenza di Al Qaeda, che all’inizio stavano per confluire nel califfato, si sono ritratte di fronte a certi eccessi.

È d’altra parte comune nella storia che i fanatici credendo che Dio sia con loro non misurano forze e fatti e circostanze e finiscono con il creare essi stessi le condizioni della propria fine.

In pratica l’ISIS ha sfidato tanti che erano nemici fra loro costringendoli in qualche modo ad allearsi contro di essa: dai Curdi agli sciiti, ai Russi agli Americani. Forse volevano emulare i primi califfi che affrontarono insieme Persiani e Bizantini e riuscirono vincitori creando in pochi anni un impero, universale per quei tempi, dai confini dell’India ai Pirenei. Ma quelli si mostrarono non solo fanatici ma anche tolleranti e aperti e furono spesso accolti come liberatori perfino dalle chiese cristiane (come dai copti d’Egitto): questi dei nostri giorni invece si sono mostrati solo fanatici.

La fine dell’ISIS (quando verrà) non significa pero la fine del jihadismo che esisteva prima e continuerà ad esistere cosi come non risolverà la questione dei sunniti in Iraq e Siria che si sentono oppressi dagli sciiti. Mancherà però uno stato da governare in cui organizzarsi liberamente e soprattutto la prospettiva dell’affermarsi di uno stato islamista nel M. O. coltivato e sperato come prossimo in questi anni da tanti mussulmani anche in Europa.

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