La telefonata di Trump

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L’attenzione del mondo intero è rivolta soprattutto al terrorismo islamista. Tuttavia, in prospettiva, potrebbe esserci un fatto che potrebbe cambiare il corso della storia molto più dei consueti turbolenti avvenimenti del M. O.: il mutamento delle relazioni fra Cina e USA (e conseguentemente con l’Occidente) che è stato negli ultimi 40 anni l’asse portante della politica e della stabilità mondiale.

Tutto nasce da una avvenimento che può sembrare banale: una telefonata della presidente di Taiwan a Trump per complimentarsi per l’elezione. Un puro fatto di cortesia comune in tutte le diplomazie ma esso ha assunto agli occhi dei cinesi un aspetto ostile, inquietante. Vediamo perché.

Taiwan e la Cina sono nella realtà effettiva due stati indipendenti anche se si parla (ma da tanto tempo) di una riunificazione. Ma dal punto di vista del diritto internazionale le cose stanno molto diversamente. Nel 1949 le ultime forze del regime nazionalista guidata da Jiǎng Jièsh (Chiang Kai-shek secondo la vecchia translitterazione) sconfitti dai comunisti si rifugiarono sull’isola sotto la protezione della potente flotta americana e continuarono a essere riconosciuti come il legittimo governo della Cina intera che avrebbero riconquistato in un tempo imprecisato. La repubblica popolare proclamata a Pechino da Mao Zedong (Mao Tse-Tung) fu invece riconosciuta dall’universo comunista e da altri stati del terzo mondo. Negli anni 70 però, ancora vivo Mao, gli americani riconobbero la realtà, l’esistenza di una Cina comunista oramai pienamente consolidata. E conseguentemente non riconobbero più il governo con sede a Taiwan come quello legittimo della Cina e nemmeno come governo di uno stato di Taiwan che nessuno riconosce (nemmeno gli stessi governanti): nessuno pensa a due Cine. Si interruppero in teoria i rapporti diplomatici, ma in realtà i rapporti con Taiwan continuarono uguali a prima e tali sono rimasti fino ai nostri giorni. Taiwan ha come maggiore alleato e anzi garante militare gli USA che tuttavia non ne riconoscono il governo: uno dei tanti paradossi della politica e del diritto internazionale. Ora nel momento in cui Trump, eletto presidente degli USA, accetta la telefonata della presidente di Taiwan compie l’atto implicito di un riconoscimento oramai inaccettabile per la Cina. Un fatto formale che per un occidentale non riveste nessuna importanza ma che per i cinesi ha l’aspetto di un affronto gravissimo. Bisogna tener presente che i cinesi hanno una sensibilità estrema per l’integrità nazionale: per circa un secolo, fra ‘800 e ‘900 il loro territorio è stato percorso e saccheggiato da eserciti stranieri e il fatto che alcuni lembi del territorio siano ancora in mano o sotto l’egemonia di potenze straniere è una ferita inaccettabile per l’orgoglio nazionale del “paese di mezzo”.

Il ritorno di Hong kong sotto la sovranità cinese, sia puramente formalmente, ha avuto un significato enorme. La Cina ha rapporti buoni con Taiwan che prima o dopo tornerà a diventare una provincia cinese (in verità il quando non si vede ma importante è il principio).

La stampa cinese ha inizialmente visto questo sgarbo di Trump come frutto di semplice ignoranza, di mancanza di esperienza internazionale (che Trump certamente non ha) e forse effettivamente per Trump fu solo un errore.

Tuttavia in seguito Trump ha rivendicato il suo gesto, rifiutando ogni etichettatura di semplice ingenuità e mostra sempre di più il proposito di cambiare la politica economica verso la Cina.

In realtà, il prodigioso sviluppo della Cina, dopo le riforme di Deng, è stato reso possibile dai buoni rapporti con l’Occidente che hanno permesso un’esportazione massiccia invasiva delle merci cinesi che ha dato un contributo sostanziale alla Cina per uscire dall’estrema povertà dell’era maoista e riprendersi quel posto che in qualche modo le spetta nel mondo e che aveva sempre avuto. Ma già i tassi di sviluppo cinesi si sono dimezzati dal 14 % dei primi anni del secolo agli attuali 7 %. Una politica USA protezionista, vagheggiata da Trump, potrebbe mettere in forse ulteriori sviluppi, far crollare il tasso di sviluppo. Il regime cinese malgrado le difficolta e le contraddizioni di un paese che si proclama comunista ma che segue una politica capitalista, malgrado la corruzione generalizzata rimane comunque stabile perché comunque c’è sviluppo e la gente ha paura che i cambiamenti potrebbero metterlo in forse. I pochi dissidenti democratici hanno scarso o nessun seguito nelle masse e restano confinati in piccole cerchie intellettuali. Cosa avverrebbe se la politica protezionista USA, imitata presumibilmente anche dagli stati occidentali, dovesse mettere in crisi la Cina? Cosa avverrebbe se alla cordiale intesa fra Cinesi e Occidentali dovesse subentrare uno stato di tensione, di rivalità? Nessuno lo può dire.

Soprattutto nessuno può dire cosa effettivamente farà Trump, nemmeno Trump stesso. Sarà effettivamente in grado di rovesciare una politica ormai consolidata da oltre 40 anni andando contro agli interessi enormi delle grandi multinazionali e non solo di esse e vorrà poi farlo effettivamente o si limiterà a qualche limatura qua e là che non cambino la sostanza del quadro.

Nessuno lo può dire, aspettiamo gli avvenimenti che potrebbero veramente cambiare il corso della storia.

 

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