Tra mito e presente. Quando l’arte si fa meditazione

Tra mito e presente. Quando l’arte si fa meditazione

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Il più modesto dei pittori è un vero allievo e il migliore di tutti, perché allievo della natura.”
Così scriveva William Hazlitt, saggista e pittore inglese e, personalmente, trovo che questa definizione calzi perfettamente con la vita e l’opera di un apprezzato artista figurativo contemporaneo: Nino La Barbera.

Le sue origini isolane (nato a Mazara del Vallo, vive e lavora a Roma dal 1962) hanno inciso fin da subito sulla naturale predisposizione a narrare del rapporto privilegiato con la natura, fonte di costante meraviglia per ogni artista, nella cui bellezza ed armonia si possono intravedere e riconoscere, a suo dire, le “segrete tracce del Divino.”

Tutto il percorso artistico di La Barbera è incentrato sullo studio della natura (“l’uomo è natura con dentro la natura che agisce”), sulla necessità della stessa di rivelarsi solo a chi è in grado di percepirne i misteri e di farsi celebrare dalla creatività dell’artista, elaboratore di forme e veicolo di trasmissione e conoscenza; creatività che in La Barbera diventa ricerca del significato profondo, ricerca della  propria verità pittorica (di “tono” surrealista-futurista) e di una singolare meditazione e sfida prospettica, tradotta, sul piano progettuale, nell’abbraccio ai valori idiomatici siciliani (ricorso alle virtù incisive del colore attraverso la scelta di cromie sontuose), segno evidente della presenza di un ‘leitmotiv’ pittorico di matrice e sensibilità mediterranee, nonché testimonianza di una relazione intensa con la sua terra d’origine che non è disposto a troncare.

E questa alternanza  tra “l’isolitudine” di Bufaliniana memoria, ovvero quella dimensione esistenziale di insularità che spesso genera insofferenza dei propri confini e “ansia di altri cieli” (come quelli “romani”), per dirla con Quasimodo, e l’intima necessità di non recidere le proprie radici, accompagna da sempre La Barbera che si spinge addirittura oltre, cercando un legame con il Cosmo attraverso l’utilizzo di linee, segni e forme liquide che ritraggono contesti diversi, dinamici e avveneristici. Sono gli anni (’80) dei “soggetti” che rimandano al classicismo della Magna Grecia e della Roma Imperiale; di una pittura evocatrice di sogni e trasgressioni fantastiche, di simbolismi e visioni complesse sostenute da una tecnica magistrale che, coniugando passato e presente, mito e storia, fa di queste opere dei veri e propri “luoghi dell’anima” per colui che le ammira. In questi lavori, ove appare evidente la supremazia del tempo sullo spazio (la razionalità geometrica lascia il posto ad un vagheggiato, tridimensionale, viaggio nel tempo…una sorta di quadro dentro il quadro, per intenderci), la matrice figurativa non cambia ma viene impreziosita da rappresentazioni legate all’immagine ancestrale dell’Universo, come nella monumentale “La nascita di Venere”, vista anche come nascita della vita e, dunque, del genere umano, in cui dettagli, luci e colori raccontano la forza del mito, tra realtà e finzione, inconscio e favola, e alludono a situazioni dell’anima, a un comune sentire.

Particolarmente esplicativa di questa “poetica” classica e futurista al contempo è proprio la figura femminile, allegoria struggente di seduzione e libertà, magnifica icona di una dimensione spirituale aperta ad un presente a cui non siano state recise le radici nel passato e protagonista assoluta, musa ispiratrice, anche di un altro tipo di “tele”, quelle da “indossare”.

Sì, proprio così: indossare. Perché anche un comune tessuto può diventare un’opera d’arte se affidato a mani sapienti. E quelle di Nino La Barbera sono a dir poco versatili, capaci di reinterpretare, finanche ,un abito dismesso, esaltandolo con fine decorazioni a mano e conferendogli nuova possibilità di espressione.

E’ “il vestito dipinto” (https://www.youtube.com/watch?v=JYRd7QQ7rQ0), quel vestito che diventa, dunque, con lui un’opera d’arte da vivere in ogni momento della giornata, una tavolozza per comunicare lo stato d’animo, i sentimenti o le emozioni di chi lo indossa; una sfida, dove riuscire ad esprimere la corporeità del bello, dell’eleganza e della raffinatezza e dove celebrare, nondimeno, la femminilità nelle sue diverse accezioni.

Poiché non è facile parlare di arte scientemente se non si è addentro in qualche modo, per capirne di più ho voluto rivolgergli alcune domande e l’ho fatto attraverso un mezzo impersonale come il telefono, rimanendo, tuttavia, piacevolmente sorpresa nel constatare quanto, anche attraverso una semplice conservazione telefonica, questo originale e poliedrico artista del nostro tempo, raffinato sognatore prima ancora che commerciante d’arte, sia capace di coinvolgere a livello sensoriale ed emotivo (così come accade per lo spettatore davanti ad uno dei suoi quadri), riuscendo a trascinarti sapientemente in un emisfero a parte, suggestivo e simbolico, lontano dalla realtà quotidiana ripetitiva e opprimente.

 

Nino La Barbera, raffinato e sensibile artista ma anche stilista “non convenzionale”. Di cosa ‘sa’ il suo mondo?

Ricordo gli anni Cinquanta a Messina. Si veniva dalla seconda guerra mondiale, che aveva provocato immani distruzioni e povertà. Noi ragazzi, ignari di quanto fosse accaduto, vivevamo e giocavamo con ciò che la natura ci donava in tutta la sua essenziale, attraente e aspra generosità. Ricordo, ad esempio, il fascino esercitato in me da piccoli corsi d’acqua, nati dalla pioggia tra il marciapiede e la strada d’asfalto, che catturavano, trascinandoli, rametti, pagliuzze, fili d’erba e insetti, ammucchiandoli a mo’ di laghetti prima di essere travolti da altra acqua e scomporsi scorrendo via. La natura, insomma, ha costituito la mia costante meraviglia, tra il suo affiorare alla coscienza e ciò che, silenziosamente, di essa si sedimentava in attesa di uno stimolo. Il produrre forme nell’arte ha il privilegio di occuparsi di tale ricchezza e l’esigenza di dipingere abiti per il meraviglioso mondo femminile scaturisce dagli stessi principi.

 

Cos’è per Lei l’Arte e quali sono i suoi gusti in materia?

Noi siamo costantemente il risultato in mutazione del nostro vissuto, in un determinato habitat sociale e culturale, che diviene codice per esprimersi, nel quale riconosciamo la nostra unicità, fatta di “forza e fragilità”. L’Arte, dunque, è attività conservativa e capacità di accogliere l’imprevisto; è la nostra capacità di pensare criticamente, di interagire positivamente, proiettando sul “lavoro” da realizzare la nostra sensazione di eternità.

 

Che posto ricopre l’Arte, secondo Lei, nella società di oggi? Trova che ci sia sufficiente attenzione da parte del pubblico e degli addetti ai lavori?

A questo proposito, racconto un episodio accadutomi tempo fa. Un contadino a Mazara del Vallo, che nulla sapeva di arte, mi chiese candidamente se avessi conosciuto Picasso. Volle comprare un mio dipinto: tirò fuori dalla tasca delle banconote legate con lo spago. Mi fece tanta tenerezza, avrei voluto regalarglielo, ma insistette per pagarlo. Per dire, come tutto sia diverso oggi. Il grande, e forse irripetibile, successo dell’arte, è scaturito da un lungo e complesso periodo della storia intorno alla seconda metà dell’Ottocento, nelle grandi città europee e, in particolare, a Parigi, dove artisti quali Manet, Degas, Renoir, Monet, Cézanne, Sisley si contrapposero ad altri grandi del passato – David, Ingres, etc.- uscendo dalle botteghe e dipingendo a diretto contatto con la natura per catturarne l’estrema bellezza e armonia. Il clamore suscitato da Van Gogh, Gauguin, Kandisky, Klimt e, infine, da Picasso e Dalì, alimentò grandi entusiasmi e il desiderio di avere per sé un’opera d’arte. Nell’ultimo sessantennio, le cose sono cambiate con l’uso intenso, sovente irresponsabile e volgare, del mercato dell’arte, con la grave crisi economica che stiamo vivendo (che ha generato nei collezionisti delusione e apatia) e,non ultimo, con l’avvento della tecnica e delle scoperte scientifiche a cui è stato affidato il compito, che una volta era dell’arte, di dare forma al desiderio di meraviglia insito nell’uomo.

Cosa cerca di comunicare attraverso i suoi lavori?

Ritengo che ogni artista, me compreso, sia spinto a lasciare testimonianza di sé e del suo passaggio nel mondo attraverso il linguaggio particolare dell’arte che, evolvendosi ed arricchendosi di “codici espressivi”, consente di dare forma alle essenze, a tutto ciò che ci dà la vita.

 

Cosa l’ha spinta a trasferirsi a Roma?

L’immagine del Mito. Un viaggio fecondo nel Mito che, partendo dalle meraviglie storiche e artistiche della mia Sicilia, soltanto a Roma, la città più bella del mondo, poteva approdare. A Roma, fra l’altro, vi erano già artisti famosi di origine siciliana: Guttuso, Caruso, Attardi, Tornello, Accardi, Pirandello che hanno agito da stimolo.

 

Come nascono le sue suggestioni e cosa ha maggiormente influito sulla sua formazione?

Ho fatto e faccio ancora il ritrattista. A Palermo, a soli 17 anni, lavoravo nei cantieri e andavo di casa in casa a fare ritratti dal vero. Il mio principale, conoscendo la mia abilità di ritrattista, mi chiedeva di fare il ritratto ai proprietari degli appartamenti che restauravamo, concedendomi, come premio, di fare solo mezza giornata di lavoro. Questi ricordi e le prime esperienze maturate nella Capitale sono stati determinanti per la mia formazione.

 

Tre oggetti di cui non può fare a meno?

Buoni pennelli, ottimi colori, ma, soprattutto, l’osservazione della natura.

 

Secondo Aristotele, il dolore e la meraviglia sono all’origine della filosofia. E’ così anche

per la pittura?

Non ci sono sguardi sulla natura, per quanto ingenui o sapienti, che si possono sottrarre al fascino e alla meraviglia che essa esercita costantemente. La filosofia è lo strumento e il risultato che ne scaturisce. Il dolore ci richiede di attivare tutte le facoltà conosciute e sconosciute per la salvezza. La meraviglia è l’invito al quale è impossibile resistere: le fattezze di un bambino che fanno nascere nell’adulto il desiderio di proteggerlo, a volte persino di  rischiare la propria vita per salvarlo da un pericolo, la purezza di un fiore, lo splendore di una farfalla, la tenerezza di un gattino che miagola e, persino, un bruco che attraversa la strada…..sono solo alcune delle fonti di meraviglia e ispirazione continue.

 

A proposito di alcuni grandi pittori del Rinascimento (al cui periodo Lei sembra essere in qualche modo “collegato”), si legge che Tiziano, in età tarda, arrivò a plasmare il colore con le dita, come fosse creta, e che Tintoretto privilegiava colori scuri su tele di lino con trame diverse e cuciture spesso evidenti. Di cosa si compone la sua tecnica e quale criterio segue nella scelta del colore?

Le tele, i colori, gli impasti materici esercitano attrazioni diverse e sovente ingestibili nel loro divenire simbiotico e silenzioso. Credo, comunque, che la voglia di impastare ed estendere il colore con le mani appartenga a tutti gli artisti. Ultimamente sono attratto dai pastelli e dalla magia delle velature.

 

Ad un certo punto della sua attività professionale si afferma impetuoso il desiderio di cambiare “tela” e scoprire nuovi orizzonti e linguaggi, più “corporei” e allettanti. Come nasce La Barbera stilista?

Ogni cosa che riusciamo a fare bene, con poca o molta fortuna, esplica diverse funzioni: esaltare la bellezza e la qualità in sé e spalancare, altresì, una finestra su spazi e visioni insperate. Ciò comporta il desiderio, o meglio, la necessità di sperimentare superfici inedite, nell’assecondare un insopprimibile “esondamento” nell’ altrove.

 

Cos’è la moda per lei?

Per la moda vale sostanzialmente lo stesso concetto. Essa è il risultato di un lungo cammino, l’espressione dell’esigenza dell’uomo di dare un’immagine di sé, che corrisponda al tempo nel quale si vive.  Per quanto mi riguarda, l’approdo alla moda scaturisce dal bisogno di dilatazione, mi piace dire, “esondamento”, che l’occuparsi di forme e  colore fa nascere in ognuno di noi artisti. Dipingere un vestito nasce da questa dinamica, da questa esigenza: l’amore per l’universo femminile, per tutte le donne.

 

Cosa racchiudono i suoi “Vestiti dipinti”?

Il concetto che anche vestirsi è “un arte”.  Si tratta di collezioni di abiti decorati a mano, con dipinti che reinterpretano i tessuti e li esaltano conferendogli nuove possibilità di espressione. La ricercatezza delle decorazioni rende, poi, ogni modello unico e inimitabile.

 

Lo stile, secondo Lei, si affina o è un dono naturale?

Le particolari o eccezionali facoltà che ci spingono all’inizio verso l’arte ci portano,nel tempo, a domandare alle forme rapporti più complessi o essenziali che affinano lo stile innato, fino a stravolgerlo per migliorarlo.

 

Come riesce, nel suo stile, a coniugare tradizione e innovazione?

L’arte è di moda, può vestire le donne e lanciare messaggi. Nei miei  progetti c’era l’idea di un  vestito che diventasse una tavolozza per comunicare stati d’animo, desideri e amore per la cultura. In questo nuovo “look”, mai aggressivo, c’è posto per la tradizione all’insegna dell’eleganza e della raffinatezza.

 

Il suo concetto di bellezza?

La bellezza è rigore formale e armonia cromatica. E’ per sua natura seduttrice ma può, anzi, deve risvegliare attenzione e sensibilità, emozione e riflessione.

 

Trova che sia cambiata la bellezza in questi anni?

Il concetto di armonia e bellezza è il risultato di quanto abbiamo assunto nel contesto in cui siamo nati ed è ciò che, man mano,  andiamo introiettando, selezionando e sistemando nella memoria, come fosse un linguaggio, un dialetto di codici. Questo, naturalmente, ci consente di disporre delle basi fondamentali per il riconoscimento e la riproduzione della bellezza, anche se, spesso, l’idea personale della bellezza determina un atteggiamento di censura intollerante e pericolosamente discriminatorio verso tutto ciò che non si ritiene all’altezza.

 

Siamo arrivati alla conclusione di questa intervista. Quale domanda le sarebbe piaciuto che le avessi rivolto e che,invece, non le ho fatto?

Non saprei. Mi è piaciuto molto raccontarmi per sommi capi ma potrei stare ore a parlarle in dettaglio dei miei dipinti. Vorrà dire che faremo una rubrica apposita…che ne pensa?

 

 

Direi che….ci si può pensare.

 

 

 

Biografia:

 

Nato a Mazara del Vallo nel 1945, Nino La Barbera ha studiato negli Istituti d’Arte di Messina e di Palermo.
Vive e lavora a Roma dal 1962. Pluripremiato e con numerose personali all’attivo, da anni si dedica alla realizzazione di mostre monotematiche, tra cui:


“… Dell’acqua della terra…” [Galleria La Gradiva],
“Omaggio alla Donna” [Palazzo Venezia Roma],
“Mirabilia Urbis Romae” [Palazzo Ruspoli – Le Scuderie – Roma e Spazio Italia New York],
“Tracce di ali sulla tela” [Angelicum Milano, Palazzo Ducale Mantova],
I Miti e le acque [Fonte Anticolana Fiuggi – Ex Convento S.Rocco Trapani],
“Il Corpo Unico” [Museo del Risorgimento Roma].

Nel 2001 ha ricevuto il premio dell’UNESCO per l’attività artistica.

Suoi dipinti sono stati esposti alla Fiat (Roma), Stazione Termini (Roma), Aeroporto Leonardo da Vinci (Fiumicino).
Un suo dipinto (Ferrari F1 Campione del Mondo 2001) è negli spazi multifunzionali dell’Autodromo di Monza ed un altro ‘Organismo’ (Ferrari Campione del Mondo 2003) sarà presto collocato nel Museo Ferrari.

 

 

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