Devozione, tradizione e integrazione

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La giornata è limpidissima, il caldo sole siciliano annuncia l’imminente giungere della primavera. La piazza dell’Istituto Tecnico Commerciale “Besta” di Santa Croce Camerina, in provincia di Ragusa, è gremita di gioventù, colorata, chiassosa, allegra. Ragazze elegantemente abbigliate ci accolgono sorridenti e gentilmente ci danno il benvenuto, assolvendo al loro compito con professionalità ammirevole. Alessio Falbo, alunno dell’ITC, è la nostra guida, colui che ci introduce a quello che capiremo è un evento che coinvolge tutto il paese. La celebrazione della Festa di San Giuseppe e le relative “cene votive” sono il simbolo della devozione e di una tradizione antica ancora fortemente sentita da questa comunità.

Ogni anno organizziamo la cena di San Giuseppe –  spiega Alessioun rito molto antico che risale al 1834 quando il Barone Guglielmo Vitale, dopo la sua morte, donò alla Chiesa Madre una rendita di vigne. In quell’occasione si prepararono delle tavolate in onore al santo. Ancora oggi questo preciso rituale viene seguito: sul muro va attaccata una coperta variopinta che fa da sfondo alla tavolata. A cornice, arance e limoni che simboleggiano l’amarezza della vita umana. Al centro della tavola un altarino sul quale viene posto un quadro raffigurante la Sacra Famiglia. Un lume che rappresenta la fede. Tutto attorno fiori e galletti annunciano la primavera. Elemento principale, il pane di diverse forme, lavorato artigianalmente e decorato dalle mani esperte delle nonne. Non mancano arancini, frittate con asparagi, baccalà, pasticcio di spinaci, ortaggi e vari tipi di biscotti e dolci. Quest’anno tutti i ragazzi si sono uniti in una sorta di fratellanza che ha abbattuto ogni pregiudizio. Diverse etnie, dalle tunisine alle albanesi, non solo ci hanno aiutato ma hanno contribuito con alcune loro specialità culinarie, che sono state poi aggiunte alla nostra tavola. Ed è questo il vero spirito di San Giuseppe, il protettore dei poveri. Ancora oggi vuole ricordarci di donare alle persone più bisognose, amore, attenzione e cibo.  Non a caso tutte le prelibatezze culinarie, andranno in seguito devolute alle famiglie povere di Santa Croce”.

Una macchina organizzativa che vede nel giovane Salvatore Mercorillo, frequentante la classe quinta, un contributo qualificato ed efficace.   “È vero, è un compito difficile. Oltre al costo, che è elevato, ci vogliono anche i permessi, e la burocrazia in Italia, si sa, non aiuta. Iniziamo a metterci in moto ai primi di gennaio poi, grazie alla collaborazione di tutti, riusciamo a essere pronti per la Festa. È un’iniziativa che valorizza la partecipazione di tutti. Siamo in un piccolo comune, dove non ci sono molti svaghi, e la cena di San Giuseppe rappresenta un obiettivo aggregativo per rendere Santa Croce viva. Nelle settimane che precedono la festa, tutto si anima e noi giovani diventiamo protagonisti. Ci carichiamo di responsabilità, perché tutto dipende da noi, dalla banale sistemazione delle sedie alla preparazione del pane, che invece richiede grande competenza, ma alla fine siamo ricompensati dalla felicità che proviamo e dal successo dell’iniziativa”.

Paese atipico che, avendo così forte e radicato il culto del santo, ha costretto la Curia ad aggiungerlo alla vera patrona, Santa Rosalia, elevandolo a co-patrono. La festa più importante è diventata quella in suo onore. Segna l’inizio della primavera e richiama una grande partecipazione cittadina. Uno degli eventi più attesi, emblema della profonda devozione che induce chi ha ricevuto una grazia a realizzare la magnificenza delle tavole imbandite condividendo e trasformando la propria fede in un beneficio comune.

Avviciniamo la Dirigente scolastica Antonella Rosa per rivolgerle una domanda provocatoria. Una tradizione così antica, al giorno d’oggi, ha ancora senso? “È stupefacente come in realtà l’iniziativa provenga proprio dai ragazzi e dalle famiglie, che carichi di entusiasmo, offrono le loro competenze per tenere in vita questa antica memoria. È veramente straordinario comprendere l’amore che muove tutte queste persone. Valori altruisti e sociali importanti che contraddistinguono questa comunità. Ripeto, sono loro che vogliono traghettarla verso il futuro. Fanno lavoro di squadra, si organizzano, coinvolgono il territorio e le famiglie, cercano sponsor e allestiscono la tavola. E soprattutto appassionano anche i ragazzi extracomunitari che, per esempio, quest’anno hanno donato dei piatti tipici tunisini. San Giuseppe è una festa, però i valori che questa festa rappresenta sono veramente interiorizzati dai ragazzi. Noi diamo solo la disponibilità inserendo il progetto nel Pof”.

Così questo tripudio di colori e bontà gastronomiche si erge ad esempio di come le coscienze di questi giovani siano aperte con lungimiranza ad un futuro di solidarietà e integrazione. Ognuno di loro, impegnato per mesi insieme al corpo docenti e ai parenti, porta avanti un messaggio di valorizzazione, di tutela della tradizione, del vissuto di un popolo e, al contempo, insegna ai politici come sia possibile dare vita ad uno scambio di culture diverse. Collaborare insieme e sentirsi parte di un’unica famiglia è lo spirito che accomuna questa comunità che si stringe simbolicamente attorno al cibo per non escludere anzi includere tutti in un percorso di vita comune.

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