"Il maestro Giò e Mau": immagine di copertina

Il maestro Giò e Mau

Il maestro Giò e Mau

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"Il maestro Giò e Mau": immagine di copertina

Chi ha detto che la vita di un fumettista è semplice?
Immaginiamo l’artista al suo tavolo da lavoro, matite e pennelli in mano, e in fin dei conti lo invidiamo, poiché ha reso vivo il desiderio di ogni bambino, ovvero fare della passione per il disegno il proprio lavoro.
Conforme a quella causticità tipica di chi possiede uno spirito beffardo a dir poco graffiante, a Maurizio Torrisi – in arte Mautorr – è sufficiente una sequenza di vignette per riportarci con i piedi per terra, riconducendo i sogni alla dura realtà, seppur con un sorriso.
Ne scaturisce il volume Il maestro Giò e Mau”, una metanarrazione a strisce in cui il media fumetto mette a nudo sé stesso.

“Mau” è il personaggio in cui, con marcata autoironia, si tratteggia lo stesso autore.
“Il maestro Giò”, invece, altri non è che Giovanni Romanini, figura storica del fumetto italiano ed artista poliedrico di cui ricordiamo i contributi a Kriminal, Satanik, La compagnia della forca, e molti altri ancora senza trascurare il fumetto erotico, quello Disney e Martin Mystère della Sergio Bonelli Editore. Romanini è qui ritratto nelle vesti di un suscettibile mentore che, quasi fosse un guru, tenta suo malgrado di istruire l’allievo (o demotivarlo: questioni di punti di vista) nell’intraprendere con la giusta prospettiva la carriera di fumettista.
I due sono protagonisti di una serie di avventure tragicomiche che, prima ancora di essere un mero prodotto umoristico, costituiscono a tutti gli effetti una satira pungente sul mondo del fumetto osservato dalla prospettiva di chi lo realizza, mettendone alla berlina contraddizioni e falsi miti.
Un settore che, con i sacrifici che impone a chi vuol farne parte, mette a dura prova anche il più stoico fra gli animi.
In cui alle “reclute” non si risparmiano mai le critiche, sebbene non sempre siano fondate o costruttive (significative le “bacchettate”, non solo simboliche, elargite dal maestro con gratuità e prive di concrete motivazioni).
In cui il nome dell’artista non di rado travalica per importanza il suo stesso lavoro (assolutamente geniale l’idea del gatto che disegna in vece del fumettista).
In cui è costante il confronto con i grandi del passato, presenza che il più delle volte rischia di divenire una scomoda eredità piuttosto che fonte ispiratrice (rappresentativa in tal senso la scena del “sancta sanctorum” in cui si evocano gli spiriti dei maestri Magnus e Bonvi).
In cui, nonostante l’esperienza e le doti personali, ci si ritrova anche a dover scendere a compromessi qualitativi.
Un mestiere talmente totalizzante per chi lo esercita che, soprattutto quando si è a propria volta lettore, rischia di alterare la percezione della quotidianità (con tanto di allucinazioni a tema fumettistico e il ricondurre le fisionomie degli esseri reali a personaggi dei comics).
L’esame di Mautorr è talmente cinico da non risparmiare nemmeno l’altra parte della barricata, ovvero semplici lettori ed appassionati i quali, con le loro manie e la tendenza all’idolatria degli autori, in questo universo carico di nevrosi appaiono paradossalmente come se fossero i veri alieni.
In tale visione diviene quindi emblematica la scelta di cogliere il mondo del fumetto proprio nella sua fase di più intensa mutazione: la generazione del western (non a caso rappresentata dal “vecchio” Kit Carson) e quella dei supereroi (di coloro che leggendo Spider-man ancora oggi rimproverano la morte di Gwen Stacy a scapito della sempiterna zia May) cedono inesorabilmente il passo a quella dei manga e dei cosplayer (ovvero, la revisione del concetto stesso di fumetto, ponendo la “letteratura disegnata” in subalternità rispetto alla sua valenza pop).

Una satira, certo, ma dietro le vignette è evidente come si celi l’atto di profondo amore innalzato ad una forma di espressione artistica tutt’altro che minore, vissuta in una accezione forse naïve e passionale, ma proprio per questo più autentica.

Le invenzioni surreali ed il tratto “nervoso” di Mautorr, che diventa estremamente dettagliato quando necessario, si rivelano perfettamente funzionali a tale esposizione, esprimendo con efficacia le inquietudini professionali e le grottesche vicende di queste atipiche lezioni di fumetto. In tale ottica non è un caso che il riferimento grafico sia volutamente poco “accademico”, rifacendosi molto alla lezione dell’underground fumettistico (Robert Crumb su tutti, ma è assolutamente imprescindibile anche l’esperienza italiana degli anni settanta), quasi a sottolineare la portata punk e anticonformista della narrazione.

Ogni altro commento sarebbe superfluo dato che, come recita Il tormentone che serpeggia lungo le vignette del volume, “sarebbe un discorso lungo e complesso”. Meglio leggere direttamente le strip di Mautorr e lasciarsi travolgere dal suo sarcasmo sopra le righe, tanto iconoclasta quanto autentico, come si confà ad un giullare degno di tale nome che faccia professione di fede del ben noto “castigat ridendo mores”, noncurante di farsi gioco anche di sé stesso.
Del resto, come diceva Oscar Wilde: “L’arte è l’unica cosa seria al mondo. E l’artista è l’unica persona che non è mai seria”.

 

Credits:
“Il maestro Giò e Mau” (Algra Editore).
Testi e disegni: Mautorr.
Supervisione: Giovanni Romanini.
Introduzioni: Moreno Burattini, Giovanni Romanini.
Interventi: Larry Camarda, Ivano Codina, Mauro Laurenti, Bob Lukia, Luigi Siniscalchi.
Colori: Laura Maccarrone.

www.algraeditore.it
www.facebook.com/maurizio.torrisi

 

 

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