I missili di Trump

I missili di Trump

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L’attacco missilistico a una base aerea siriana ordinata da Trump appare di difficile interpretazione e divide gli analisti. Un prima interpretazione è che ci sarebbe poco da interpretare perché sarebbe riconducibile a una decisione estemporanea, emotiva, di un Trump alla ricerca di facile consenso interno e alla mancanza di una visione politica del Medio Oriente. Ora il consenso in effetti c’è stato negli USA e ha rialzato almeno per il momento la popolarità di Trump, piuttosto compromessa dal primo provvedimento dal divieto di ingresso in Usa dai provenienti di alcuni stati (poi invero modificato in modo più accettabile).

Per quanto riguarda la mancanza di una politica estera coerente, il problema che emerge con Trump è comune in tutta la storia americana, divisa fra isolazionismo e ruolo di gendarme del mondo. Il programma sintetizzato in “America first” non è certo infatti nuovo nella storia. Già nel 1823 il presidente Monroe enunciò la politica dell’America agli Americani e della non intromissione negli affari politici europei (praticamente del mondo) che è durata quasi un secolo. L’America intervenne molto di mala voglia nella Prima Guerra Mondiale, trascinata dagli eventi e dal suo presidente, tanto che si ritirò subito dopo dalla politica mondiale e perfino dalla Società delle nazioni, da essa stessa promossa. La chiusura americana permise l’avvento del nazismo e forse anche del comunismo e alla fine fu necessario prendere il peso maggiore nella Seconda Guerra Mondiale e in seguito nella lunga Guerra Fredda contro il comunismo mondiale. Dopo il crollo del comunismo, Bush junior fu eletto ancora con lo slogan “America first” ma dopo qualche mese con l’attacco alle torri l’America si impegnò in oltre un decennio di guerre medio orientali che non conseguirono affatto l’obbiettivo di debellare il jihadismo. Ora Trump ancora una volta vince le elezioni con lo slogan di America first ma si impegna pure a combattere il terrorismo. Ma i due punti sono in contrasto: non si può combattere il terrorismo islamico con solo misure di sicurezza perché non ne esistono di veramente efficienti. Si possono difendere alcuni obbiettivi sensibili ma questo non fa altro che spostare il terrorismo verso altri obbiettivi. Debellare il terrorismo comporta entrare nel grade gioco della politica internazionale così come è avvenuto per il comunismo, il nazismo e il militarismo germanico della Prima Guerra Mondiale. Occorrono rete di alleanze, interventi mirati, politiche globali e non un arroccamento interno. Gli USA potrebbero defilarsi dai problemi medio orientali accentuando la tendenza mostrata da Obama (in modo molto incerto in verità) e sperare cosi di essere meno nel bersaglio del terrorismo: sarebbe speranza veramente molto esigua. Se si vuole distruggere il jihadismo (o almeno combatterlo) inevitabilmente l’America deve riassumere un ruolo pervasivo, ridiventare un po’ il gendarme del mondo.

Diciamo che l’America first di Trump va visto allora non come isolamento degli USA ma come il prevalere degli interessi e quindi anche della sicurezza degli USA su ogni altra considerazione politica. Sostanzialmente gli USA non si debbono fare imbrigliare da considerazioni di legalità internazionale, di principi generali (non mi pare che nel passato se ne sia tanto curata). In questo senso il lancio di missili può avere un suo senso: si avvertono amici e nemici che l’America userà quando lo riterrà necessario la forza che possiede (ma non fece Bush la stessa cosa su scala ben più vasta?).  La salva di missili allora può essere un messaggio al mondo agli alleati e ai nemici (che spesso non si capisce chi siano) e soprattutto verso la Corea del Nord.

In questo senso si spiegherebbero anche gli scarsi effetti materiali dell’attacco stesso non commisurato alle forze impiegate. Quasi sessanti tomahawk lanciati avrebbero potuto produrre danni immensi e un massacro. In realtà sono poche le vittime e i danni contenuti. Si pensa che i russi siano stati preavvertiti e quindi anche l’esercito siriano.

Lo scopo non era quello di punire i siriani per l’attacco chimico, cosa  che nemmeno poi era tanto sicuro nel caos siriano, ma mostrare che gli USA sono pronti a colpire dovunque e chiunque senza preavviso, che l’era prudente di Obama è terminata.

Se questo era il fine allora possiamo dire che l’effetto è stato raggiunto: il messaggio è arrivato dovunque forte e chiaro. Che poi un tale atteggiamento sia produttivo o controproducente è un fatto che vedremo nei prossimi anni.

 

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