“Novembre”, la poesia malinconia della stagione dei ricordi

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Grande successo al prestigioso “Teatro del Canovaccio” di Catania dal 27 aprile al 7 maggio c.a., per il mono atto “Novembre” di Gustave Flaubert con l’attenta, delicata, sapiente regia di Gianni Scuto, produzione Theatre du Gymnase e Teatro Gamma.

Assistente alla regia l’attenta Antonella Scornavacca, la romantica scena di Franco Weber, gli appropriati costumi dell’ Atelier Gagliani, le fotografie di Andrea Valisano. L’organizzatore è Matteo Resti.

Que reste-t-il de nos amours? (Cosa resta dei nostri amori?) Cosa rimane di quei fortissimi, appassionati impulsi che ti mozzano il fiato? Tanta attesa per “diventare grandi”, tante ansie per il primo approccio sessuale, tante aspettative.

Novembre è il romanzo della passione romantica e della scoperta dell’amore carnale, scritto da un Flaubert giovanissimo. Un romanzo autobiografico dove il protagonista – autore  si racconta attraverso i suoi sogni, le sue esperienze, le sue aspirazioni, la sua aria malinconica e l’odio verso se stesso e l’uomo in generale. Novembre non è solo l’opera della scoperta dell’erotismo, ma è anche un aggrovigliarsi di ricordi dalla sua adolescenza. E’ un romanzo che incarna i propositi dell’autore di rimanere nell’interiorità e al cui progetto resta fedele per gran parte dell’opera scrivendo e raccontandosi in prima persona. All’improvviso però nell’ultima parte l’autobiografia resta incompiuta poiché bruscamente c’è introduzione di un narratore che ci racconta la fine, in terza persona. Ovviamente quest’ultimo è sempre Flaubert che si racconta dall’esterno e così introduce pure la confessione, metodo molto usato nel romanzo dell’800.

“L’ho cercata dappertutto un’amante ma tu sei la prima ad accettare le mie carezze”, dirà il giovanissimo Gustave alla seducente, sincera prostituta Marie.

“Organetti che si sentono suonare nell’aria e che ti strappano il cuor…” Una scena coperta di foglie ingiallite cullate dal vento e posate sull’asfalto tiepido, reminiscenza dell’appena salutata estate. Ombrellini aperti appesi creano magia e poesia, piccoli palloncini rossi che rievocano il nasino dei due pagliacci Marie – Gustave, artisti attanagliati dall’improvvisa esplosione della loro passione che poi diventano “teatranti” (Io ti trascino in quel turbine misterioso ed arcano un turbine melodioso che chiamiamo teatro). Ciò li porta alla consapevolezza della caducità di questo delirio dei sensi: il vaneggiamento di un’ubriacatura da alcool che conduce alla momentanea incapacità di intendere e volere.

Il bravissimo attore Elmo Ler interpreta il giovanissimo Gustave. Il suo è un rapporto simbiotico con il personaggio: Elmo è Gustave e Gustave è Elmo in una danza raffinata, poetica, delicata, sensibile. Le qualità del giovane attore esplodono quando passa da uno slancio fanciullino alla malinconia dell’addio, a quella sensazione di abbandono che l’uomo reca nell’anima fin dalla nascita. Ler è concentrato, attento a controllare quella scintilla emozionale che birichina esce suo malgrado dal suo sguardo eloquente e sensuale. Il suo corpo snello gioca abilmente con quello di Marie riproducendo garbatamente e quasi in modo rituale, il primo “atto sessuale”, l’iniziazione all’amor profano. Da quanto tempo aveva atteso quel momento, lo aveva sognato? E la sua voce intona una canzone evocativa, soave; le note diventano versi di poesia, quella stessa poesia che trionfa per tutta la durata dello spettacolo. Versi capaci di accusare il mondo e allo stesso tempo esaltarlo nell’arcana grandiosità del suo divenire.

La bravissima e seducente giovane attrice Loriana Rosto è Marie, la prostituta che  “inizia all’amore” Gustave infatuandosi della sua passionalità, del suo modo di sfiorale  l’anima più che il corpo. Lo incontra soltanto due volte e poi non si rivedono più. “Per più di un anno ho mantenuto la mia parola e non l’ho mai tradito e poi il caso, la noia, la stanchezza forse, mi hanno fatto dimenticare anche questo sentimento di fedeltà”, dirà nel monologo dove Marie si racconta. Loriana Rosto avvince, convince, trasporta lo spettatore in quei suoi microcosmi dove sensibilità, delicatezza, dolcezza, ma anche grande personalità e sensualità si prendono per mano in un girotondo di emozioni e sensazioni. Ora clown, ora “femme-fatale”, ora donna dal forte accento siciliano (Ti vogghiu beni! Arresta cca appi sempri!). I movimenti sinuosi permettono al suo corpo flessuoso di parlare più di quanto la parola stessa possa dire. I suoi lunghi capelli morbidi, simbolo di una femminilità dirompente, servono per accentuare quei tratti di femminilità d’altri tempi, “morbida” e rassicurante.

“Organetti che si sentono suonare nell’aria e che ti strappano il cuor…”

E poi l’addio:

E tutto svaniva
E tutto cantava
E tutto amava.

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