Condannato per blasfemia il governatore di Jakarta

Condannato per blasfemia il governatore di Jakarta

Print Friendly, PDF & Email

 

Il 9 maggio si è concluso il processo per blasfemia al governatore di Jakarta con una pesante e inaspettata condanna a due anni di carcere. Il caso, appena citato dai media occidentali, pone gravi interrogativi sui paesi laici e maggioranza mussulmana e quindi desta preoccupazione sullo sviluppo del radicalismo in tutto il dar el islam (mondo islamico).
Vediamo i fatti nel loro contesto. L’Indonesia, dopo l’indipendenza dall’Olanda, fu dapprima governata da Sukarno che la schierò con l’allora Cina di Mao e poi, dopo un sanguinoso colpo di stato, da Suharto nazionalista anticomunista e appoggiato dall’esercito. Con la fine del comunismo maoista l’alibi della diga al comunismo venne meno e, come in America Latina, anche l’Indonesia si avviò alla democrazia con regolari elezioni. Nella seconda di esse fu eletto Yudhoyono che si ispira a modelli occidentali di liberismo e ma anche di un moderato laicismo. L’Indonesia con i suoi 245 milioni di abitanti per circa il 85% mussulmani è il paese che conta il maggior numero di mussulmani al mondo. Vi sono, però, anche minoranze consistenti di altre religioni: il 5,6% della popolazione è protestante, il 3% cattolico, il 1,8% indù, e il 3,4% altro. La repubblica non si definisce islamica, riconosce ufficialmente sei religioni: l’islam, il protestantesimo, il cattolicesimo, l’induismo, il buddhismo e il confucianesimo.

Un buon modello quindi di tolleranza religiosa. Anche se non sono mancati nel passato terribili attentati tuttavia il radicalismo religioso non si è mai diffuso nella popolazione.

In questo contesto l’attuale governatore di Jakarta ha svolto la sua carriera politica. Si chiama Basuki Tjahaja Purnama ma è conosciuto come Ahok, appartiene alla comunità di origine cinese ed è cristiano. Dopo vari incarichi politici fu eletto governatore di Jakarta anche se non appartenente alla maggioranza etnica e religiosa, un po’ come il sindaco di Londra, ed è apprezzato per la sua fama di onestà e di competenza. Il suo mandato scadrebbe nel prossimo ottobre e nel frattempo in anticipo, come prescrive la legge, si sono tenute le elezioni. La campagna elettorale è stata segnata pesantemente dalle discriminazione religiose. Si sono avuti grandi manifestazioni contro di lui non per motivi di carattere politico amministrativo ma solo per l’appartenenza religiosa. Gli iman hanno diffuso la convinzione che un infedele non può guidare dei mussulmani, come prescriverebbe il corano, e che quindi un vero credente non può votare per un infedele. Si è arrivati perfino a negare le onoranza funebri di rito islamiche a quelli che avevano votato per lui. In questo clima di intolleranza e di fanatismo religioso Ahok ha perso le elezioni che sono state vinte da un esponente islamico di nome Anies Baswedan. Già questo è un quadro allarmante, ma si è aggiunto a questo l’accusa e poi la condanna per blasfemia. Nella sharia’h la blasfemia comporta la pena capitale e in molti paesi viene usata strumentalmente per perseguitare le minoranze religiose. La blasfemia dovrebbe consistere solo un insulto grave alla religione: anche in Italia la bestemmia era considerata reato. Ma i suoi confini vengono dilatati oltre misure per cui diventa blasfemia ogni e qualsiasi critica e anche ogni riferimento al corano. E così è avvenuto anche per Ahok. Durante la sua campagna elettorale, in un incontro con dei pescatori, avrebbe dichiarato che un certo verso del corano non vieta di votare per un non mussulmano, come invece sostenevano gli integralisti.

Il verso era il 51 della sura ’Al-Maidah (che si dice sia l’ultima sura in ordine cronologico del corano). Essa recita “O voi che avete creduto, non prendete gli ebrei ei cristiani come alleati. Sono [in realtà] alleati di un altro. E chiunque sia un alleato con loro in mezzo a voi, allora è veramente uno di loro. Infatti, Allah non guida le persone sbagliate”.

Che questo verso sia un divieto per i mussulmani a votare per non mussulmani ci pare almeno abbastanza dubbio ma quello che ci pare indubbio e che non c’è niente, assolutamente niente, di blasfemo nel sostenerlo. Eppure è bastato questo per montare uno scandaloso processo. La stessa pubblica accusa aveva lasciato cadere il reato di blasfemia imputando solo quello di diffamazione ma la corte invece è andata oltre. Il giudice ha affermato che, invece di discutere questioni inerenti la pesca tra i pescatori locali, Ahok ha di proposito “deviato” il problema, rilasciando commenti offensivi che non erano “correlati” alla sua intenzione di incontrare gli abitanti del luogo. Per fortuna il codice penale indonesiano prevede solo due anni di carcere e non la morte come prevede invece la Sharia.

Ahok ancora in carica come governatore è stato quindi messo in carcere. Il suo incarico è stato affidato al suo vice fino a quando, in ottobre, passerà al nuovo eletto Anies Baswedan. È una vicenda davvero allucinante che un governatore possa esser rimosso e arrestato in base ad accuse cosi fumose. E ad essere ancora più allarmante è il fatto è che questo non avvenga in un paese radicale come l’Arabia Saudita o l’Afganistan ma in un paese che ha sempre mostrato tolleranza religiosa che riconosce le altre religioni, che ha un governo democraticamente eletto. E non si tratta di un colpo di mano di pochi fanatici ma di un movimento di massa che si manifesta nella capitale di oltre 11 milioni di abitanti.

 

 

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*