Taiwan, verso la legittimazione dei matrimoni gay

Taiwan, verso la legittimazione dei matrimoni gay

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La corte costituzionale di Taiwan, esaminando alcuni ricorsi, ha sentenziato la legittimità delle nozze gay: se entro due anni il parlamento non approverà una legge in tal senso i matrimoni fra persone dello stesso sesso diventeranno automaticamente validi. La decisione è stata presa dai 15 giudici, con 8 voti favorevoli, 2 contrari e 5 astenuti. Nella motivazione la corte scrive: “La necessità, la capacità, la disponibilità e il desiderio, sia sotto gli aspetti fisici e psicologici, di creare un’unione permanente e di natura esclusiva sono ugualmente essenziali sia tra gli omosessuali sia tra gli eterosessuali, in base alla importanza della libertà di matrimonio fino allo sviluppo della personalità e alla tutela della dignità umana”.

La sentenza accelera un processo già in atto da vari anni, sostenuto anche dalla attuale premier Tsai Ing-wen, prima donna a ricoprire tale carica, processo che però stentava a trovare una sbocco positivo.

La tradizione cinese, e quindi di tutto l’Estremo Oriente che da essa dipende, ha sempre condannato decisamente ogni attività omosessuale anche se il rigore può essere cambiato a seconda del contesto, arrivando in qualche caso anche a una tolleranza di fatto.

Ad esempio nel XV secolo l’imperatore Yongle, il fondatore della Città Proibita tuttora esistente, fece condannare a morte un gran numero delle donne del suo harem con l’accusa di pratiche omossessuali. In verità si pensa che probabilmente Yongle era mosso anche oscuri motivi politici, forse una congiura: pratiche del genere dovevano essere piuttosto comuni in un harem formato da migliaia di donne, la maggior parte delle quali non aveva mai avuto, nemmeno una sola volta, rapporti con l’imperatore.

Alla caduta dell’impero si ebbe una certa liberalizzazione di fatto ma la Rivoluzione Comunista fu implacabile verso le manifestazioni omosessuali: infatti si ritenne che l’omosessualità, come in genere tutte le attività sessuali non regolarizzate dal matrimonio, fossero una espressione di decadenza, retaggio della borghesia o del passato feudale contro il quale si lottava furiosamente e si arrivò a considerare l’omosessualità semplicemente come teppismo e allo stesso modo repressa. I parossimi della intolleranza si ebbero ovviamente durante Rivoluzione Culturale promossa da Mao. Dopo le riforme di Deng Xiaoping si ebbe una attenuazione del rigore, come in tutti i campi d’altronde. Ma tuttora nella repubblica popolare cinese l’omosessualità non è stata riconosciuta anche se a livello locale si è avuto una qualche riconoscimento di fatto anche delle unione gay. La costituzione cinese fra l’altro definisce il matrimonio come unione fra uomo e donna escludendo quindi esplicitamente quello fra persone dello stesso sesso.

Anche negli altri paesi orientali non abbiamo un riconoscimento delle unioni gay: ci sono però movimenti che spingono verso questo traguardo soprattutto in Giappone, Corea del sud e forse Thailandia che ha una tradizione particolarmente tollerante in fatto di sessualità.

Nei paesi islamici ovviamente nemmeno a parlarne, si applicano pene severissime secondo la Sharia. Anche in India l’omosessualità è considerata grave reato e qualche anno fa la corte suprema ha respinto un ricorso sostenendo che la materia non è di sua competenza ma spetta al potere legislativo un’eventuale modifica delle leggi esistenti, che risalgono all’epoca vittoriana della dominazione inglese.

 

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