Il Libro del Cinquecento

Il Libro del Cinquecento

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Il Libro del Cinquecento

 

Italo Calvino affermava che “nella tradizione del romanzo gotico, delle storie di fantasmi, del soprannaturale tenebroso, l’Italia è sempre stata uno scenario d’elezione”.
Eppure, nonostante da Omero in poi non manchino affatto leggende o luoghi da cui trarre ispirazione, chiunque collochi una narrazione in Sicilia il più delle volte rimane sedotto da vicende criminose, da rievocazioni storiche o, quasi a fare da contrappunto, dalla rielaborazione di ricordi e tradizioni. I temi fantastici e sovrannaturali, invece, ne restano spesso estranei, probabilmente in quanto le ambientazioni orrorifiche ed esoteriche, tipicamente ombrose e notturne, sono reputate contrastanti con un immaginario che identifica l’Isola con la sua solarità. Tale atteggiamento ha fatto sì come siano state ben poche le digressioni gotiche o fantastiche in terra sicula, come “Romanzo siciliano” (1790) di Ann Radcliffe, “Le storie del castello di Trezza” (1877) di Giovanni Verga, “Male di luna” (1913) di Luigi Pirandello, solo per citare alcuni degli esempi più noti.
Solo in tempi recenti si è assistita ad una vera e propria inversione di tendenza, la quale ha restituito una nuova prospettiva alle narrazioni, non solo letterarie, che vedono la Sicilia quale proscenio del fantastico, grazie all’operato di diversi giovani autori che ne hanno colto il potenziale creativo in tutto il suo fascino immaginifico.

Una delle tradizioni più curiose ha per oggetto il cosiddetto “Libro del Cinquecento”. Un antichissimo testo che la leggenda popolare vuole sia stato rinvenuto presso il sepolcro di Re Salomone a Gerusalemme, il quale costituisce un vero e proprio manuale di magia nera, contenente formule e simboli che permetterebbero di evocare degli spiriti al fine di superare ostacoli o manifestare delle richieste personali.
Sebbene l’attribuzione al biblico monarca sia quasi certamente frutto di fantasia, la “Clavicula Salomonis” ha origini molto antiche, tanto che se ne fa menzione sin dal I secolo d.C. ed è fra i trattati magici più noti dell’area mediterranea, al punto che per il suo carattere demoniaco nel 1559 fu messo all’indice, sebbene ciò non abbia impedito alla sinistra fama del libro di rimanere vitale sino ai giorni nostri.
Il legame con la Sicilia è da rinvenire non solo nella leggenda che vorrebbe una copia del testo conservata presso l’abitato di Ficarra, in provincia di Messina, ma anche alla considerazione che, sino a non molto tempo fa, in terra di Trinacria non era raro imbattersi in sedicenti veggenti od occultisti che affermavano di possederne un esemplare autentico, quale testimonianza di efficacia delle loro fatture, alimentando ancor di più la fama del volume.

Tindaro Alessandro Guadagnini, non a caso siciliano, ha colto ispirazione proprio da tale leggenda, per dare alle stampe la sua opera prima, un racconto che, per l’appunto, porta il titolo de “Il Libro del Cinquecento”.
Come nelle migliori tradizioni – da Jan Potocki a Umberto Eco, passando per Alessandro Manzoni – la vicenda trae origine dal casuale ritrovamento di un volume – che nella fattispecie è il tomo eponimo – da parte del mercante antiquario Carmelo detto u’ ngigneri.
Senza effetti speciali o clamore, come si confà all’operato subdolo di uno spirito diabolico, il “Libro del Cinquecento” manifesta subito le sue peculiari doti sovrannaturali, innescando un meccanismo perverso che, ancor di più delle forze arcane che aleggiano nel racconto, scatena la cupidigia dell’animo umano, vero demone dei nostri tempi, dando così inizio alla discesa emotiva verso gli inferi del protagonista. Una sfida ad armi impari fra forze occulte e destino che, snodandosi in un crescendo di tensione, si risolve nel senso di costrizione che avvolge sia il protagonista del racconto che il lettore, trasmettendo chiaramente la sensazione di essere avvinti in una spirale irreversibile che, gradualmente, conduce verso un drammatico punto di non ritorno.
La narrazione è lineare e priva di incertezze, favorendo una lettura che rapidamente, come una corsa senza fiato, conduce verso un finale catartico che sembra non lasciare via di scampo alle illusioni, negando con crudele realismo ogni spazio alla speranza o al lieto fine, se non alla spietata considerazione che il concedersi alla brama del materialismo esiga sempre un elevato corrispettivo da pagare.
Una vicenda a tinte oscure immersa in uno scenario geograficamente ben definito, quello siciliano, che con la sua apparente familiarità non solo crea un forte contrasto con il clima di smarrimento che aleggia sino alle ultime battute, ma grazie all’alternanza di personaggi a forte caratterizzazione locale e all’uso della lingua isolana, supera brillantemente il limite che ingiustamente vorrebbe le ambientazioni isolane estranee alla narrativa fantastica.

Il libro, edito da Algra Editore, si avvale infine di due contributi eccellenti che ne arricchiscono la confezione. Una prefazione ad opera di Moreno Burattini, prestigiosa eminenza grigia del fumetto italiano, ed una postfazione ad opera del noto scrittore Claudio Chillemi.

La prova del debutto letterario può così ritenersi superata dal Guadagnini, sebbene a lettura ultimata rimanga il retrogusto di una strana sensazione che spinge a maneggiare il piccolo volume con una certa diffidenza. Si può comunque stare tranquilli. L’autore ha dichiarato come il suo libro sia del tutto esente da influssi od effetti collaterali. Gli incubi però sono soltanto rinviati: le vicende de “Il libro del Cinquecento”, infatti, non finiscono con l’ultima pagina del volume, essendo prevista la pubblicazione di un “secondo atto”.

 

www.algraeditore.it

Il libro del Cinquecento: sito ufficiale

 

 

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