Rilasciato il dissidente cinese Liu Xiaobo

Rilasciato il dissidente cinese Liu Xiaobo

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Il più noto dei dissidenti cinesi, Liu Xiaobo, ormai morente, è stato rilasciato dal carcere. Non è stato propriamente liberato ma trasferito in un ospedale sempre sotto il controllo della polizia per ricevere le ultime cure in quanto malato terminale di cancro: anche la stessa moglie Liu Xia non può visitarlo liberamente.

Liu Xiabo deve la sua notorietà internazionale soprattutto al fatto che fu insignito del premio Nobel per la pace nel 2010. Nato in una famiglia cristiana nel 1955, divenne docente universitario di letteratura cinese e fu chiamato in università americane e in quella di Oslo per tenere delle lezioni.

Entusiasta delle libertà e delle democrazie occidentali, ha cercato di propagandarle anche in Cina. Nel 2008 fu il primo firmatario della Charta 08 che ripeteva lo schema della Charta 77, redatta in Cecoslovacchia. Si richiedeva libertà di pensiero, di parole e quelle che in Occidente definiamo diritti umani e che furono sanciti anche dalla carta dell’ONU del 1948 e che anche la Cina aveva firmato. Liu stava molto attento a chiedere le libertà appellandosi alla stessa costituzione e alle leggi cinesi restando così in un ambito giuridicamente pienamente legale. Tuttavia una cosa sono le dichiarazioni internazionali e i principi costituzionali, altra è l’effettiva realtà politica. Liu fu infatti arrestato e condannato nel 2008 a 11 anni di carcere in un processo durato solo qualche ora (si noti che in Cina i processi sono sempre incredibilmente rapidi per gli standard occidentali). L’accusa fu quella molto generica di attività contro lo stato, di essere nemico della Cina, accusa che fa grande presa in un paese così sensibile all’orgoglio nazionale. In realtà Liu effettivamente in alcune interviste si era spinto fino dire che era necessario che la Cina divenisse per 300 anni colonia dell’Occidente perché vi fiorisse la libertà e la democrazia come era avvenuto in Hong Kong dopo 150 anni di dominio britannico. Dichiarazioni incaute in un paese che per più di un secolo ha combattuto contro il colonialismo e le invasioni dei “barbari venuti dal mare”. Le autorità cinesi hanno fatto il vuoto intorno a Liu. Anche la moglie, la poetessa Liu Xia (Liu è il cognome di famiglia e stranamente il nome proprio Xia è simile a quello del marito), benché non accusata di alcun reato è stata tenuta praticamente agli arresti domiciliari e tutti quelli che hanno cercato di difendere o solo mostrato una certa simpatia per Liu Xiaobo sono stati duramente emarginati.

Dopo il premio Nobel la Cina minacciò conseguenze diplomatiche e soprattutto commerciali contro la Svezia benché il suo governo facesse notare che il premio Nobel non dipendeva in nessun modo dal governo. Ma l’avvertimento ebbe i suoi effetti e nessuno stato intervenne a livello ufficiale e rimase solo la protesta di organizzazioni per i diritti umani. Anche attualmente l’America di Trump è intervenuta solo con una cauta dichiarazione di un funzionario di secondo piano dell’ambasciata. Trump si è ben guardato dall’intervenire come avrebbero voluto le organizzazioni per i diritti umani: ha ben altro a cui pensare. Peraltro Trump ha dichiarato che l’America non è più il gendarme del mondo e che ogni stato si deve regolare come crede più opportuno mettendo fine alla missione democratica dell’America che durava dalla Seconda Guerra Mondiale. Dobbiamo pure considerare che in questo caso Trump prende atto della realtà che già il suo predecessore Obama aveva anticipato: l’Occidente non è più in grado di imporre la sua egemonia a livello mondiale.

D’altra parte bisogna prendere atto che realisticamente personaggi come Liu hanno una presa molto modesta sulla effettiva realtà cinese e sono conosciuti in una piccola cerchia di intellettuali. Se mai un rivolgimento politico avverrà in Cina non sarà certo innescato da proteste per i diritti umani o la democrazia, che la Cina non ha mai conosciuto, ma per il rallentamento o magari la crisi dell’economia.

 

 

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