Ciao Marcello

Ciao Marcello

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Ho conosciuto Marcello Perracchio una trentina di anni fa. Era il titolare di una famosa scuola guida di Ragusa e per meno di un anno ho lavorato per lui come istruttore di guida.

Era anche uno degli attori più bravi della “Piccola Accademia”, una compagnia di teatro amatoriale, e quando è stato chiamato a far parte della compagnia dallo “Stabile” di Catania, ho collaborato all’organizzazione delle stagioni teatrali che si tenevano al “Duemila”.

Di quel periodo ricordo la sua stanchezza (partiva nel pomeriggio per il capoluogo etneo e rientrava la notte dopo essere salito sul palcoscenico per la recita serale), la sua allegria, la sua cordialità.

Lo ammiravo, era una persona con un grande cuore, mi divertiva quando mi raccontava il modo in cui ripassava i copioni, la mattina durante le lezioni di guida, o il pomeriggio in macchina per recarsi a Catania. Quando mi capitava di incrociarlo a scuola guida per me era un bel momento: mi piaceva il suo modo di essere ma non ho mai avuto il coraggio di dirgli queste cose. Sentivo che di me aveva una bella considerazione e questa cosa mi inorgogliva ma mi rendeva ancora più timido. Avrei voluto chiamarlo “Marcello”, dargli del tu, ma non ce l’ho mai fatta.

Poi, per lavoro, sono andato via da Ragusa e per tanti anni non ci siamo più visti né sentiti, anche se sapevo che ogni tanto chiedeva notizie su di me alle persone che mi conoscevano.

Ci siamo rivisti anni dopo, io ero già rientrato a Ragusa, e l’occasione ce l’ha data un’intervista. Non ricordo che cosa portava in scena quella volta e non sono nemmeno sicuro che il nostro incontro sia avvenuto al Teatro Tenda di Ragusa. Avevo chiesto l’accredito per l’intervista all’organizzatore dello spettacolo e all’ora stabilita mi sono presentato nel backstage. Lui mi aspettava, seduto su una sedia, e quando mi ha visto ha sbottato: «E non potevi dirmi che eri tu?», un modo per dirmi che tra di noi non c’era bisogno di tante cerimonie.

Non è che ci vedessimo spesso. Anzi… Ogni tanto ci si incrociava da qualche parte e lui era sempre pronto a chiedermi come stavo, come stava la mia famiglia, che cosa facessi.

Qualche anno dopo l’ho nuovamente intervistato, ma questa volta insieme a Tuccio Musumeci e Pippo Pattavina. L’intervista in sé è stata una normale intervista, ma stare in mezzo a tre mattatori che si prendono in giro l’un l’altro, con battute sparate a raffica, è stato uno dei momenti più belli della mia attività di giornalista.

Sapevo che stava male, sapevo che la sua malattia non lasciava scampo, eppure la speranza che si trattasse di una recita, pur sapendo che non era così, l’ho sempre accarezzata.

Poco fa ho saputo che Marcello Perracchio, l’uomo, se n’è andato. Ci resta l’attore, le sue interpretazioni, e, a noi che lo abbiamo conosciuto, il ricordo dei momenti passati assieme. Da domani la nostra vita non sarà più come prima.

Ciao Marcello, è stato un piacere e un onore averti incontrato.

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