Storia di una capinera – un tarlo mortale chiamato “Amore”.

Storia di una capinera – un tarlo mortale chiamato “Amore”.

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Grande successo di pubblico e fragorosi e lunghi applausi per “Storia di una capinera” di Giovanni Verga, rielaborazione drammaturgica di Irene Tetto, mercoledì 9 agosto al Palazzo della Cultura – Cortile Platamone Catania

« Avevo visto una povera capinera chiusa in gabbia: era timida, triste, malaticcia ci guardava con occhio spaventato; si rifuggiva in un angolo della sua gabbia, e allorché udiva il canto allegro degli altri uccelletti che cinguettavano sul verde del prato o nell’azzurro del cielo, li seguiva con uno sguardo che avrebbe potuto dirsi pieno di lagrime. Ma non osava ribellarsi, non osava tentare di rompere il fil di ferro che la teneva carcerata, la povera prigioniera. Eppure i suoi custodi, le volevano bene, cari bambini che si trastullavano col suo dolore e le pagavano la sua malinconia con miche di pane e con parole gentili. La povera capinera cercava rassegnarsi, la meschinella; non era cattiva; non voleva rimproverarli neanche col suo dolore, poiché tentava di beccare tristamente quel miglio e quelle miche di pane; ma non poteva inghiottirle. Dopo due giorni chinò la testa sotto l’ala e l’indomani fu trovata stecchita nella sua prigione.
Era morta, povera capinera! Eppure il suo scodellino era pieno. Era morta perché in quel corpicino c’era qualche cosa che non si nutriva soltanto di miglio, e che soffriva qualche cosa oltre la fame e la sete.
Allorché la madre dei due bimbi, innocenti e spietati carnefici del povero uccelletto, mi narrò la storia di un’infelice di cui le mura del chiostro avevano imprigionato il corpo, e la superstizione e l’amore avevano torturato lo spirito: una di quelle intime storie, che passano inosservate tutti i giorni, storia di un cuore tenero, timido, che aveva amato e pianto e pregato senza osare di far scorgere le sue lagrime o di far sentire la sua preghiera, che infine si era chiuso nel suo dolore ed era morto; io pensai alla povera capinera che guardava il cielo attraverso le gretole della sua prigione, che non cantava, che beccava tristamente il suo miglio, che aveva piegato la testolina sotto l’ala ed era morta.
Ecco perché l’ho intitolata: Storia di una capinera. »
(Dal romanzo Storia di una capinera di Giovanni Verga)

Giovedì sera 9 agosto c.m. abbiamo avuto il grande privilegio di assistere alla “mise en scène” della rielaborazione drammaturgica fedele al testo originale, curata dall’attrice Irene Tetto del romanzo di Giovanni Verga, “Storia di una Capinera”. In una serata che dire afosa è riduttivo, il numerosissimo pubblico accorso ha goduto delle grandi emozioni, dell’intensa e toccante interpretazione della protagonista, della poesia di un lavoro scritto dal verista Verga durante il suo breve soggiorno fiorentino ma che del Verga che si conosce ufficialmente ha ancora ben poco. L’attenta e sensibile regia di Giuseppe Bisicchia e Massimo Giustolisi, gli adeguati costumi di Giovanna Sesto, sartoria “Baco da seta”, la scenografia essenziale ma d’effetto di Carmelo Lombardo con l’assistenza di Laura Lazzaro. Assistente alla regia Daniele Bruno.  Le musiche di sottofondo fanno da cornice ideale ed armonica alla vicenda narrata.

Sul palcoscenico Maria si confessa attraverso le epistole scritte alla sua più cara amica, confessa i suoi pensieri più intimi, si “denuda” a volte pure accusandosi. Recando il proprio  cuore in mano, un cuore che vibra, batte convulsamente, si dispera, si contorce sanguinante in un gioco di emozioni e poesia, ella conduce un combattimento tra “amor sacro” e “amore profano”, fino ad ammalarsi nel corpo e nell’anima, consumandosi come una candela dalla luce flebile nel buio di un convento che non sa accettare come casa. Un’intensa, immensa e assoluta padrona della scena, appassionata è l’attrice Irene Tetto nel ruolo di Maria; la sua interpretazione vibrante tocca le corde dell’anima. Maria è Irene Tetto: il personaggio si fonde con l’interprete diventando una voce sola, un grido che squarcia le coscienze.

Il bravo attore Massimo Giustolisi è Nino, poetico e troppo garbato giovane  innamorato di Maria. Il mite, accomodante, sottomesso e senza personalità padre di Maria, succube della seconda moglie a scapito della figlia della quale non riesce a comprenderne profondamente la sofferenza,  è ben interpretato del sempre adeguato attore Giuseppe Bisicchia.

La seconda moglie del padre di Maria, donna fredda e calcolatrice che si batte caparbiamente per assicurare la dote alla propria figlia Giuditta (la giovane attrice Laura Accomando) condannando alla clausura Maria, è ben interpretata da Nadia Trovato.

Gli attori Pippo Tomaselli, Giovanna Sesto, Roberta Andronico rivestono rispettivamente i ruoli del padre (e poi del prete confessore nel secondo atto), della madre (e poi di una suora in convento) e della sorella di Nino (e poi di un’altra suora in convento).

Con grande dignità scenica, sempre adeguata è l’attrice Silvana D’Anca nel doppio ruolo della governante della famiglia di Maria e quello di una suora premurosa ed affettuosa nei confronti della stessa.

La vita in convento e l’asfissia di una clausura forzata, il ricordo insistente dell’amore negato per Nino, il tarlo corrosivo della passione per lui che le fiacca le membra, portano la giovanissima Maria prima alla malattia e poi alla morte. Inquietante in scena è la figura di Suor Agata, una suora diventata pazza in convento, costretta a vivere nella sua stanza gridando e contorcendosi su se stessa. Maria ne ha profonda paura non sapendo che lì a poco toccherà anche a lei la stessa sorte: non riuscendo a superare il dolore per l’amore negato per Nino che sposerà la sorella Giuditta, morirà accarezzata da quella stessa suor Agata che tanto la terrorizzava. Non sono poi tanto folli chi il mondo addita come tali!

Il teatro è vita soprattutto quando è ben fatto e nella vita non si ride soltanto ma si piange, si riflette, si soffre, ci si emoziona, si lotta, si perde, si vince. E non è vero che la gente vuole soltanto ridere: un pubblico attento ed intelligente, preparato ama ridere come commuoversi. Il grande successo di “Storia di una capinera” ne è un esempio perfetto.

 

 

 

 

 

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