Una goccia fa più grande il mare

Una goccia fa più grande il mare

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Perché una persona sceglie di fare il pompiere? Allontaniamoci dallo stereotipo di uomini muscolosi e bellissimi che scendono atleticamente da pali o salgono da scale lunghissime e altissime.  Sono uomini normali a volte anche in là con gli anni e con un po’ di pancetta ma forti, coraggiosi e soprattutto generosi, mossi da passione e che hanno doti e qualità umane eccezionali che non sono così comuni.

Carlo Tidona, capo squadra esperto, è da 28 anni che lo considera il lavoro più bello e appagante. Eppure avrebbe potuto fare altro. “Avevo un lavoro assicurato perché avrei potuto collaborare nell’azienda di mio padre, ma mi sono innamorato di questo lavoro all’età di 16 anni, e seguendo il mio ideale giovanile ho svolto il servizio di leva come Vigile ausiliario e poi sono diventato Vigile del Fuoco permanente. Da allora molti anni sono trascorsi, ho realizzato il mio sogno e ancora oggi ne sono fiero, è la mia vita, al punto tale che non c’è una linea di separazione tra la caserma e la mia famiglia”.

L’immaginario collettivo però li considera eroi o angeli, e su questo nutriamo pochi dubbi. Il professionista del soccorso in effetti, deve avere un gran cuore, spirito d’altruismo e volontà di aiutare il prossimo e Carlo incarna perfettamente quel loro esserci silenziosamente e umilmente, non cerca la notorietà, non vuole elogi, semplicemente racconta il suo modo di essere Vigile del Fuoco. Quando succede una disgrazia, come il terremoto, è uno dei primi a partire. È stato in tutti i luoghi dove l’emergenza l’ha chiamato a prestare soccorso.  Dalla tragedia di Giampilieri (Messina), in cui morirono parecchie persone inghiottite dal fango e dai detriti che si staccarono dalle montagne circostanti, a Scampia. In Emilia, l’Aquila e per ultimo Amatrice e Accumoli, dove la devastazione del sisma gli ha lasciato profondi ricordi. “In circostante così drammatiche devi diventare un padre, un marito, un figlio, perché appare chiaro e evidente che le persone che vengono private violentemente della loro quotidianità sono vulnerabili e ti si affidano perché hanno bisogno di sostegno ed è proprio in quelle circostanze che cerco di aiutare chi ha bisogno, cerco di riaccendere la speranza negli occhi delle persone che in un attimo hanno perso tutto. Mi sono trovato a sentirmi un ‘padre’ per quei bambini disorientati e ad abbracciarli…” e l’abbraccio di un vigile del fuoco è un abbraccio sincero e speciale, è un abbraccio che conforta, “oppure mi sono sentito un ‘figlio’ nei confronti di una signora anziana che aveva appena perso la sua casa e non ho esitato a recuperare qualche oggetto per lei caro”. A volte è molto dura anche per loro, perché non sono supereroi, sono persone comuni, e di conseguenza vivono la morte come chiunque altro, ma hanno una forza straordinaria di andare avanti, consapevoli che senza di loro tutto sarebbe insuperabile. “Abbiamo sviluppato nel tempo qualcosa che ci protegge che ci rende più immuni, diciamo che il nostro cervello accantona tutto la sofferenza di cui siamo testimoni in quegli istanti, solo così quando indossi la divisa riesci ad affrontare il male. In seguito riemerge tutto, e il loro dolore diventa anche tuo. A volte, difronte alle sciagure, il senso di impotenza ti afferra, soprattutto quando arrivi sul posto e l’evento drammatico è accaduto da poco. Sai che ci sei tu e le persone in difficoltà che fanno prepotentemente appello alla tua umanità. Allora scatta qualcosa dentro e fai il possibile e l’impossibile, e poi ogni sera quando mi corico mi ritrovo a farmi l’esame di coscienza, una sorta di rielaborazione dell’accaduto e devo essere sicuro di aver dato il massimo, solo in quel caso posso dormire tranquillo. Una ragazzina, durante una visita scolastica qui in caserma, mi ha chiesto qual era la situazione più ardua da me incontrata. Le ho risposto, quella che devo ancora affrontare, perché purtroppo il fatto di sapere che quando sono di servizio può verificarsi l’esigenza del nostro intervento, e ancora una volta mi troverò a fronteggiare l’ennesimo incidente e la relativa reazione di una mamma disperata dalla perdita di un figlio, quel toccare con mano la sofferenza di una casa distrutta, cambia la percezione della vita ed è questo pensiero che ti fa sentire veramente impotente perché non posso fare nulla per evitarlo”.

Una vita in prima linea tra drammi e speranze, una passione capace di arricchirti molto umanamente. Dunque bisogna crederci per poter affrontare giorni intensi, convulsi, molto spesso caotici e, senza dubbio, molto impegnativi e di grande responsabilità. Le difficoltà del lavoro in emergenza sono infatti, per sua stessa natura, tantissime. “Nonostante sia passato del tempo, ripensando ad Amatrice percepisco ancora la polvere, il silenzio, il rumore del vento tra le mura vuote, testimoni della vita appena trascorsa, perché ogni casa parla e dentro ogni casa ci sono tanti affetti quotidiani, sui mobili ci sono foto, che rappresentano il vissuto emotivo di quelle persone, ho rischiato la vita per recuperare una foto, lo rifarei altre cento volte, perché a quella persona gli era rimasto solo quella”. Parole che fanno riflettere, impossibile non essere grati a coloro che condividono l’immane scenario che devono affrontare le persone colpite da queste tragedie e che empaticamente si impegnano in operazioni molto rischiose per portare conforto e attenzione laddove resta solo la catastrofe.

“Nelle zone colpite dal sisma come Amatrice e Accumoli, la devastazione era enorme, mi sono trovato difronte a pietre, una quantità enorme di pietre. Ho compreso la grande angoscia carica di compostezza e dignità ma pur sempre straziante e finita la fase acuta dei soccorsi, ora che si sono spenti ancora una volta i riflettori, non posso dimenticare e sono convinto che una goccia nel mare non si vede ma comunque fa più grande il mare. Se riusciamo, grazie all’iniziativa sportiva del 3 settembre ad aggiungere quella goccia di solidarietà qualcuno ne gioverà.  Penso ai tanti bambini che hanno vissuto quell’evento così destabilizzante, so che hanno la necessità di piccoli gesti.  Non sottovalutiamo l’importanza del segnale che inviamo, sentirsi a distanza di tempo ricordati anche dal profondo sud della Sicilia ha un peso psicologico rilevante, un segno visibile e simbolico che dona speranza e dalla speranza nasce la determinazione per continuare ad andare avanti. In quei giorni terribili, i Vigili di Ragusa hanno dato anima e corpo e loro lo sanno che gli siamo ancora vicini e oggi, con il nostro contributo economico vogliamo dare una mano all’animo di chi è stato colpito dal sisma. Non sarà una grossa cifra che permetterà di risolvere i tanti problemi che rimangono ancora, però sarà un segnale forte per dire che sono ancora nel nostro cuore”.

Siamo sicuri che chi avete salvato o semplicemente aiutato si ricorderà per sempre di ciò che fate e della divisa che indossate. Abbiamo la certezza che rimarrete nel cuore della gente che è consapevole di quanti sacrifici sostenete e quanta la generosità di chi pone attenzione ai bisogni altrui nelle situazioni amare fino a rischiare la propria vita. E tutti noi sappiamo che potremo contare sempre sulla vostra efficienza nello spegnere un incendio, nel frenare l’avanzata di una piena, per estrarre persone dalle macerie ma anche per recuperare un gattino finito goffamente su un albero. Grazie a tutti voi!

 

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