Don Chisciotte e Sancio Panza e il coraggio di sognare

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Grande successo di pubblico e sonori e lunghi  applausi per “Don Chisciotte e Sancio Panza”,  scritto e diretto da Francesco Russo, venerdì 18 agosto al Castello Ursino di Catania.

Un lavoro pieno di poesia, di avventurosa immaginazione; la ricerca della fantasia come ingrediente essenziale per vivere una vita degna non rassegnandosi alla fredda carezza della morte. Con la scenografia del poliedrico e talentuoso Valerio Santi, la fonica di Aldo Ciulla, le luci di Sègoléne Le Contellec ed i costumi curati dalla Costumeria L’Istrione, “Don Chisciotte e Sancio Panza” è una “mise en scène” originale, piena di battute esilaranti di un Sancio “sicurissimo”, molto affezionato al suo “principale” Don Chisciotte.

Con il nome di Don Chisciotte della Mancia, accompagnato dal cavallo Ronzinante e dal povero contadino – scudiero, Sancio Panza, parte per vivere avventurose esperienze assalendo mulini a vento scambiati per giganti, combattendo impavido greggi di pecore scambiati per eserciti nemici mischiando poesia e fantasia, ingegno e sogno.

La penna di Miguel De Cervantes incontra il talento e l’intelligenza  del regista-autore-attore Francesco Russo: ne nasce uno spettacolo emozionante fino alle lacrime, appassionato, dai ritmi incalzanti e dal forte impatto emotivo;  fervida e brillante ironia mai triviale e ben congeniata, geniale divertirà ed entusiasmerà un pubblico attentissimo e partecipe.

 

Il suggestivo e storico cortile interno del Castello Ursino di Catania (Piazza Federico II di Svevia) fa da naturale ed appropriata scena ai due atti della commedia; due gli attori che la vivono e la fanno vivere, due soltanto ma di così tanto spessore artistico che non serve altro per movimentare anima e cuore, l’intera vicenda.

Valerio Santi (Don Chisciotte) e Francesco Russo (Sancio Panza), dimostrano un grandissimo affiatamento scenico, una imponente dignità interpretativa attraverso una disarmante e credibilissima interpretazione dei due rispettivi personaggi. Un lavoro fatto tirando fuori quella “rabbia”, quella “disperata” sete di vita; con il battito del cuore, con il sudore della fronte e attraverso un testo non accessibile a chiunque (un’eloquenza poetica delicata ricca di parole incastrate sapientemente tra di loro).

Due personalità diverse a confronto: la poesia, il sentimento, la malinconia,  l’abnegazione di Don Chisciotte fa da pertinente cornice alla simpatia, la semplicità, la razionalità, la praticità del fedele Sancio Panza che, per amor e rispetto del suo “principale”, passa da un personaggio all’altro, personaggi che scaturiscono dalla fervida immaginazione del prode Cavaliere.

Entrambi legati da un grandissimo affetto reciproco e da una immensa dose di sensibilità, riescono a regalare al pubblico chicche di saggezza e sincere risate più volte sottolineate da spontanei applausi, passando da momenti di euforia, riflessione, romanismo, avventura ed immaginazione.

Lo splendido e poetico monologo alla luna e la scena della morte del prode Cavaliere Don Chisciotte tra le braccia ed il cuore addolorato del fedele Sancio, rappresentano due momenti molto intensi ed emozionanti dello spettacolo.

Due grandi artisti, provati dal caldo ma consapevoli dell’importanza del lavoro svolto egregiamente e con rara e sentita passione, concludono tra gli applausi e l’ovazione di un pubblico visibilmente commosso.

Il Teatro, la cultura non possono e non devono morire e chi non considera l’Attore un serio lavoratore, dimostra la propria meschinità.

Lo griderà l’attore, il regista e l’autore Francesco Russo a fine spettacolo, con tutta la rabbia e la collera possibili scaturite dalla propria coscienza di saper fare bene e seriamente il proprio lavoro, amando intensamente e rispettando  una delle forme d’arte più antiche e nobili: il Teatro.

“L’ardimento che entra nella sfera del temerario ha più di follia che di valore.” (Miguel De Cervantes)

Rimaniamo folli, perché la follia è l’esaltazione massima dell’amore per la vita.

       

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