Cambogia: tramonto della democrazia

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La fragile democrazia cambogiano pare volgere al termine: il leader dell’opposizione, Kem Sokha, è stato imprigionato con l’accusa di aver cospirato in intesa con gli USA per rovesciare il governo di Hun Sen al potere dagli anni ottanta e rischia una pena detentiva fino a 20 anni. Il suo partito, il MRP, è minacciato di scioglimento se dovesse sostenerlo ancora. L’accusa si basa su un video di quattro anni fa in cui Kem Sokha diceva di ricevere pareri di esperti americani in campagne elettorali (che poi tanto esperti non sembrano essere). Formalmente l’ordinamento democratico di modello occidentale non è stato cambiato ma l’arresto con accuse tanto assurde stravolge quel poco di democrazia parlamentare che ancora resisteva nel paese.

I fatti vanno inquadrati nel graduale passaggio di influenza del paese da quella degli Stati Uniti a quella cinese. Gli aiuti americani infatti erano stati essenziali per l’economia cambogiana ed erano condizionati a una parvenza di democrazia ma gradatamente la Cina ha esteso sempre la sua sfera economica nel paese e Hun Sen ritiene che ormai può anche correre il rischio di inimicarsi l’Occidente e perdere gli aiuti. D’altra parte la sostituzione, graduale, quasi inavvertita, dell’influenza cinese a quella occidentale pare che sia un processo generale: si guardi all’Africa dove ormai la Cina ha assunto in massima parte il ruolo che aveva avuto l’Occidente. In qualche modo l’Occidente promuoveva modelli democratici e diritti umani sia pure con tutti i limiti del caso. La Cina invece non si preoccupa certo di tali cose che sono sconosciute e invise in patria. In Cambogia, paese del sud asiatico e quindi più direttamente nella sfera di influenza almeno potenziale della Cina il passaggio a un regime a partito unico e la liquidazione degli ultimi resti di democrazia va in parallelo politico all’avvicinamento alla Cina non democratica e a partito unico.

Non a caso Kem Sokha era un sostenitore dei diritti umani, termine che a Pechino è particolarmente sgradito: si può immaginare l’impatto di una vittoria elettorale.

Hun Sen invece militò dapprima nei Kmer rossi da cui però si staccò quando questi giunsero al fanatismo rivoluzionario dello deportazione dei propri stessi cittadini e a esecuzioni di massa. In seguito all’Intervento vietnamita i Kamer rossi furono scacciati pur restando a controllare a lungo zone periferiche del paese. Al governo fu messo Heng Samrin, un quasi fiduciario del Viet nam: negli anni ottanta si passò a un governo nazionale più indipendente sotto la guida di Hun Sen che ebbe sostanziosi aiuti dagli USA, assolutamente necessari alla sopravvivenza del paese stremato da tanti anni di guerra e follie rivoluzionarie. In realtà Hun Sen fu autore anche di un sanguinoso colpo di stato nel 1997 contro il partito concorrente guidato dal principe Norodom Tuttavia si instaurò un bipartitismo e si ebbero elezioni più o meno libere nelle quali Hun Sen riuscì sempre vincitore. Questi promosse una politica economicamente estremamente aperta agli investimenti stranieri: vengono alienati aree e terreni con diritti, praticamente senza limiti di tempo (fissati teoricamente in duecento anni). Vi è stato una ottimo sviluppo economico (fino al 10% di tasso) ma vengono scacciati contadini e pescatori dalle aree alienate a compagnie straniere e il malcontento aumenta. Vi saranno elezioni nella prossima estate e la rielezione di Hun Sen non pare più scontata come nel passato. Allora meglio non mettere in pericolo tutto il sistema e un colpo di stato incruento ammantato da una copertura giudiziaria e a cui per altro nessuno crede, è parso il migliore rimedio.

 

 

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