La svolta dell’Arabia Saudita

La svolta dell’Arabia Saudita

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Negli ultimi mesi gli osservatori parlano di uno svolta nell’Arabia Saudita ma non è chiaro in cosa essa consista e anche se effettivamente si possa parlare di svolta. Ci si trova di fronte a una situazione estremamente ingarbugliata come del resto avviene in tutto il Medio Oriente in cui fattori religiosi politici, economici, etnici si intrecciano in modo inestricabile. Cerchiamo di fare un quadro, seppure sommario, esaminando i vari aspetti.

Sul piano politico interno

L’Arabia Saudita è governata dalla famiglia reale dei Saud, una famiglia allargata. Diciamo un clan di un migliaio di persone che gestiscono ogni cosa. Su di essa e sull’intero paese regna un sovrano con poteri teoricamente assoluti ma che praticamente governa attraverso i componenti della famiglia. Non esiste una regola oggettiva per la successione. Come avveniva nell’Europa dell’alto medio evo alla morte di un sovrano ne viene nominato un altro, in genere scelto dal precedente. Non esiste quello che poi in Europa fu detto legittimismo per cui il successore viene individuato attraverso una precisa regola ereditaria sia pure esso sia un bambino o anche un lontanissimo parente. Secondo la tradizione dei clan arabi la scelta cade su un membro della famiglia, non necessariamente il figlio, che dia garanzia di esperienza e capacità: quindi comunemente una persona già anziana che regna quindi non troppo a lungo (un po’ come avviene con il papa cattolico). È accaduto però che l’attuale re Salman di 83 anni abbia nominato come primo ministro un suo figlio, Mohammed bin Salman (che viene indicato con lo stesso nome di Salman), che è un giovane di 32 anni e lo abbaia designato alla successione, anzi a quanto pare abdicherà per dargli direttamente il trono senza alcuna rischio. Il Salman giovane ha quindi tutta una vita per regnare ed è pieno di energie e di progetti. Ha cominciato a far condannare alcuni alti funzionari per corruzione. In realtà gli enormi introiti del petrolio che apparterrebbero allo stato vengono disinvoltamente gestiti dalla famiglia reale che vive in un lusso sfrenato da mille e una notte (nel bagno i famosi rubinetti di oro e pietre preziose). I processi sono intesi come un avvertimento e una dimostrazione che il futuro re (ora primo ministro) intende gestire veramente il potere e non farsi condizionare dal clan familiare. Qualcosa di simile avvenne in Russia con i processi contro i grandi oligarchi (i padroni delle grandi aziende) promossi da Putin per far comprendere che non avrebbero più potuto gestire la Russia come ai tempi di Eltsin, al di fuori del controllo dello stato (cioè dello stesso Putin).

Sul piano religioso

La monarchia dei Saud ha come ideologia e giustificazione etica il wahabismo. Si tratta di una corrente dell’islam sunnita sorta alla fine del 700 particolarmente intollerante di ogni deviazione dall’ortodossia dei primi tempi dei califfi.

Dall’ideologia del wahabismo sono germogliate al qaeda, la stessa ISIS e in generale il jihadismo anti occidentale mentre il regno dell’Arabia mantiene una strettissima alleanza con gli USA che già sono intervenuti contro la paventata invasione dell’Iraq (Prima Guerra del Golfo). L’Arabia Saudita quindi è contemporaneamente l’alleato più stretto dell’Occidente e la ispiratrice del jihad anti occidentale che per di più alcuni potenti sauditi finanziano più o meno nascostamente. Per coprirsi dall’accusa di essere alleati degli infedeli nemici delI’islam, di aver permesso loro di calpestare il sacro suolo dove Allah in persona si manifestò al Profeta, l’Arabia ha sempre mantenuto e accentuato lo stretto legame con l’ortodossia: il sogno di tutti i jihadisti di avere uno stato retto veramente dalla sharia si è realizzato solo nell’Arabia saudita, il più stretto alleato dei infedeli. Perfino viene vietato alle donne il permesso di guidare per motivi morali cioè per impedire che esse possano uscire di casa senza la protezione e il controllo di un parente maschio. Ora pare che Salman voglia ridimensionare il potere degli ulema, il rigorismo religioso e modernizzare il paese per renderlo più forte e competitivo. Questo non significa rinnegare il wahabismo o addirittura l’islam e accettare il laicismo ma si tratta pure di moderare il salafismo (cioè il ritorno alle origini, salaf in arabo) che ha ispirato il jihadismo (anche se le due cose non coincidono).

Sul piano della politica Medio Orientale

In tutto il Medio Oriente si è accesa lo scontro fra sunniti e sciiti (ai quali vengono assimilati altre confessioni religiose distinte). Dovunque vi siano degli sciiti scoppiano violenti scontri: in Siria oramai interamente desolata e distrutta, nella stessa Arabia saudita, in Bahrein, in Iraq, nello Yemen, in Libano. Questo conflitto spiega anche in buona parte la fortuna dell’ISIS, che si è presentata come la difesa più sicura dei sunniti. Ma l’Arabia intende assumere il ruolo di sostegno dei sunniti mentre per forza di cose l’Iran è la protettrice e il punto di riferimento di tutti gli sciiti. Salman pare che abbia ritenuto il conflitto con gli sciiti come la questione più importante: il wahabismo fu soprattutto nemico degli sciiti e delle altre eresie. Trump nel suo viaggio in Arabia ha chiarito che gli USA non intendono intromettersi nel modo di vivere degli arabi (cioè non si impicceranno di diritti civili, parità dei sessi e simili cose) che possano turbare l’intesa con l’Arabia, necessaria per combattere il vero nemico il jihadismo Non viene detto esplicitamente ma per mantenere buoni rapporti con gli USA la questione palestinese che sta tanto a cuore a Trump va accantonata. Si profila quindi un’alleanza fra Usa e Arabia con il tacito appoggio di Israele contro l’Iran protettrice di tutti gli sciiti e in particolare degli hezbollah del Libano, al momento l’unica forza armata che può dare qualche fastidio ad Israele (non certo distruggerla). In questo contesto qualche tempo fa è scattato l’attacco davvero inaspettato al Qatar colpevole di non essere troppo nemica dell’Iran e degli sciiti con i quali mantiene rapporti normali. In questi giorni, poi, il presidente del Libano Hariri, sunnita ma con buoni rapporti con gli sciiti del suo paese, è stato dimissionato proprio dall’Arabia Saudita: ha annunciato infatti le dimissioni mentre si trovava in Arabia Saudita, forse trattenuto, forse ricattato, forse semplicemente convinto, non si sa bene, ma comunque resta il caso davvero inedito nella storia in cui un capo di stato si dimette mentre si trova in un altro paese.

Conclusione

Sembra quindi che la vera svolta sia proprio nello scontro con l’Iran, per combattere il quale Salman ha bisogno di mettere in riga i componenti del clan dei sauditi e gli ulema custodi troppo intransigenti della tradizionale ortodossa.

Potrebbe però solo trattarsi di un modo di assumere un potere di carattere dittatoriale personale e assoluto che la monarchia saudita non aveva mai avuto. In ogni caso non sono prevedibili gli effetti e gli esiti di un ulteriore inasprirsi dello scontro fra sunniti e sciiti che tanti disastri ha già provocato in tanti paesi.

 

 

 

 

 

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