Ambasciata USA a Gerusalemme

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La decisione di Trump di trasferire l’ambasciata Usa a Gerusalemme è un gesto privo di contenuto concreto ma ha un alto valore simbolico tanto da infiammare tutto il mondo islamico. Vediamone i motivi.
Le ambasciate presso Israele di tutti gli stati si trovano a Tel Aviv e non a Gerusalemme per ribadire che non si accetta l’annessione di Gerusalemme, unica e indivisibile, allo stato di Israele come proclamato con un atto unilaterale del Governo Israeliano nel 1980 e non riconosciuto dall’ONU. Il problema sta tutto in quella espressione: unica e indivisibile. In realtà infatti ci sono due o meglio tre Gerusalemme: quella storica, quella ovest e quella est. La Gerusalemme storica chiusa dalle poderose mura cinquecentesche fatte costruire da Solimano il Magnifico è la città santa per cristiani, mussulmani e ebrei e custodisce al suo interno grandi monumenti delle tre religioni: il Muro del pianto per gli ebrei, la Spianata delle moschee per i mussulmani, il Santo Sepolcro e un gran numero di altri luoghi evangelici per i cristiani. Mantiene la struttura tipica della città medioevale ed è divisa in quattro quartieri: cristiano, ebraico, mussulmano e armeno (formatosi dopo il genocidio armeno del 1915). Vive essenzialmente dei pellegrinaggi dal mondo cattolico e ortodosso (pochi i protestanti). Al di fuori di essa ad est (verso l’evangelico monte degli ulivi) vi sono quartieri abitati tradizionalmente da Arabi con strade tortuose e abitazioni povere o modeste. Ad Ovest invece vi è Gerusalemme ovest, una citta assolutamente moderna costruita con criteri occidentali e abitata da ebrei. Le due ultime città erano divise da una linea verde dal 1947, alla formazione dello stato di Israele. Fino al 1967 quando gli israeliani conquistarono tutto il resto della Palestina, fino ad allora parte della Giordania. Inoltre gli Israeliani hanno costruito un gran numero di alloggi nella Gerusalemme est che emarginano sempre più gli arabi. Questi ultimi hanno cittadinanza palestinese ma un permesso di soggiorno in Israele: situazione davvero, singolare, unica nel mondo per cui gli abitanti indigeni di un luogo vengono dichiarati stranieri ma hanno un permesso di soggiorno.
Negli accordi di Camp David si riconobbe che Gerusalemme era la capitale di Israele ma nell’ambito di negoziati per la formazione di uno stato palestinese. L’assassinio di Rabin portò a uno stallo dei negoziati che dura tuttora e non si vede nessuno sbocco. La soluzione proposta dagli Occidentali e dall’ONU è una divisione della città. Quella ovest rimarrebbe a Israele, quella est dovrebbe costituire la capitale del futuro stato di Palestina. Però gli insediamenti israeliani ne hanno alterato la composizione etnica. Per la città vecchia si dovrebbe studiare un qualche sistema di extra territorialità, di autorità internazionale per il valor religioso e culturale che essa ha per miliardi di credenti islamici, cristiani ed ebrei.
Già ai tempi di Camp David era stato concordato di portare l’ambasciata USA a Gerusalemme ma con un provvedimento temporaneo di sei mesi in sei mesi, da allora per 25 anni sempre rinnovato, essa veniva sospesa. La decisione di Trump in realtà non cambia niente perché comunque si parla di due anni per trasferire effettivamente l’ambasciata ma il gesto ha assunto un enorme valore simbolico perché è un riconoscimento del fatto compiuto dell’annessione di tutta Gerusalemme da parte di Israele che prefigura anche il fatto compiuto di una occupazione sine die della Palestina non israeliana cioè dello status quo senza la nascita di uno stato palestinese. Infatti, mentre Israele ha annesso Gerusalemme, mantiene invece per il resto della Palestina conquistato nel 1967 lo status di territori occupati (detti comunemente semplicemente territori oppure West Bank, in italiano a volte cisgiordania). Nella prassi internazionale i territori occupati hanno un carattere provvisorio fino alla fine della guerra e conservano la propria amministrazione civile. Il fatto però è che non esiste più nessuna guerra da terminare. Questi territori secondo l’ONU e poi gli accordi di Camp David dovrebbero costituire un nuovo stato palestinese ma in essi si sono costituiti un gran numero di insediamenti israeliani che rendono il fatto sempre più problematico. In realtà una parte degli israeliani, quelli più ortodossi, non hanno alcuna intenzione di permettere la formazione di uno stato palestinese autonomo perché ritengono che la Palestina, tutta la Palestina, sia stata assegnata agli israeliti direttamente da Dio circa tremila anni fa. Un’altra parte di israeliani teme poi che il nuovo stato sarebbe comunque una minaccia per Israele e che quindi sia meglio controllare direttamente i territori.
Ma da sempre il mondo arabo e in generale islamico ha visto nella questione palestinese un fatto emblematico, una ferita non rimarginabile: el Qood (cioè la santa come la chiamano gli arabi) da dove il profeta ascese al cielo in mani degli infedeli non è sopportabile.

Questo spiega perché gli arabi in continua lotta fra di loro per motivi politici e religiosi sono tutti uniti contro la decisone di Trump: la Turchia islamica di Erdogan come l’Egitto laico di al Sissi, l’Iran difensore degli sciiti come l’Arabia Saudita sostenitrice di sunniti, la democratica Tunisia come le bande dei jihadisti e fino all’estremo oriente dal Bangladesh, alla Malesia, all’Indonesia.
La politica di Trump nel Medio Oriente è quella di sostenere l’Arabia Saudita nel confronto con l’Iran, di lottare contro l’ ISIS e i Jihadista. Ma la decisione di spostare l’ambasciata, pure essendo priva di qualunque contenuto concreto, tuttavia è riuscita nell’arduo compito di unire contro l’America tutto il mondo arabo.
Ma poi, passata la collera, si vedrà e prevarranno gli scontri consueti: ma comunque si alimenterà dovunque la diffidenza, l’odio per gli Americani e di conseguenza il jihadismo.
Anche gli alleati europei hanno chiaramente, senza mezzi termini, disapprovato la decisione americana come in pratica tutto il resto del mondo.

Ma Trump ritiene che gli USA possano fare a meno del resto del mondo. È un errore.

 

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