Disordini in Iran

Disordini in Iran

Print Friendly, PDF & Email

 

In Medio Oriente è sempre difficile decifrare il senso degli avvenimenti. Da una parte l’intrecciarsi particolarmente inestricabile di conflitti e dall’altra la quasi assoluta mancanza di libertà di stampa rende sempre molto problematico capire cosa stia effettivamente avvenendo fra proclami infiammati, accuse chiaramente false e fatti sempre incerti. Ovviamente anche le recenti dimostrazioni in Iran non fanno eccezione. Cerchiamo allora di partire da quel poco che conosciamo, cercando quindi di interpretarlo nel quadro generale del contesto medio orientale

I disordini sono nati sembra quasi del tutto inaspettatamente, hanno preso un andamento immediatamente violentissimo con molte vittime (una ventina forse, ma chi sa) e poi sembrano essersi esauriti di colpo sostituiti da oceaniche manifestazioni di sostegno al regime.

Primo punto da esaminare: perché sono scoppiati? Le autorità accusano gli stranieri nemici dell’Iran: Arabia Saudita, Usa, gli immancabili sionisti e loro alleati e accoliti vari. Certamente i nemici dell’Iran se ne sono compiaciuti, è ovvio, ma è estremamente improbabile che essi possano avere la capacita di interferire veramente all’interno della repubblica islamica che da circa 40 anni esercita una repressione capillare di ogni eventuale intromissione straniera. Ovviamente altro è la pressione esterna che è ben visibile fin dalla fondazione della repubblica islamica.  L’accusa reale delle autorità è in effetti rivolta ad Ahmadinejad, già per due volte presidente con l’appoggio della Guida Suprema Khamenei e poi in rotta con lui. Ahmadinejad viene dagli ambienti che rappresentano l’ala più dura, più fedele agli ideali della repubblica islamica che noi impropriamente con linguaggio occidentale definiamo conservatore o di destra. Ahmadinejad pare che sia stato arrestato ma non si sa bene. Non abbiamo la minima idea se effettivamente egli abbia contribuito allo scoppio dei disordini. Tuttavia le dimostrazioni si sono innescate negli ambienti che lo sostenevano, le campagne, le periferie, i più poveri, quelli più lontani dalla modernità. La spiegazione può essere semplice (anche se nulla è semplice in M.O.): Rouhani ha vinto le elezioni battendo la ala più intransigente, quella che faceva capo ad Ahmadinejad, prospettando una politica accomodante e di conciliazione con gli USA che permettesse all’Iran di uscire dal suo quarantennale isolamento e aprire la strada a un miglioramento della situazione economica particolarmente grave per la disoccupazione giovanile in un paese in cui i giovani rappresentano  il 60% della popolazione. Il voltafaccia improvviso degli USA voluto da Trump ha gelato le aspettative. Facile quindi per i conservatori come Ahmadinejad accusare di fallimento il governo che si è fidato invano e colpevolmente del grande satana (come Khomeini definì gli Usa). Pare però cha a questo punto la situazione sia sfuggita di mano all’opposizione islamista: la gente, infatti, ha cominciato a pensare che per risolvere i problemi economici bisogna capovolgere la politica ispirata all’islam sciita, uscire dall’isolamento economico, accordarsi con l’occidente e soprattutto lasciar perdere i conflitti fra sunniti e sciiti in Iraq, Libano, Siria, Yemen, Bahrein che costano tanto in termini economici e politici Le manifestazioni quindi, partite per condannare la moderazione di Rouhani, sono finite con rivolgersi contro tutti i principi religiosi sciiti della repubblica: non contro quindi Rouhani ma contro Khamenei, contro tutto l’assetto ideologico della repubblica in nome della economia, in nome dei poveri: una cosa del tutto imprevista sia all’interno che all’estero. A questo punto tutto l’establishment iraniano si è sentito profondamento minacciato ed ha reagito o meglio solo minacciato di reagire con la violenza militare rivoluzionaria. I pasdaran, la milizia propria della repubblica islamica che risponde direttamente alla Guida Suprema si è detta pronta a sostituire la polizia e trattare i dimostranti come nemici di dio cioè passibili di morte immediata secondo il diritto islamico. Insomma i pasdaran non avrebbero contenuto gli eccessi dei dimostranti come la polizia ma avrebbero combattuto nelle strade con le armi da guerra. Nessuna possibilità quindi di nuove manifestazioni. Sono scesi in piazza invece i sostenitori del regime che costituiscono pur sempre la maggioranza della popolazione e sono inquadrati dalle autorità a ogni livello.

Le dimostrazioni sono quindi finite ma le cause economiche non sono state per niente toccate in quaranta anni di rigore islamico. Prima contro il grande satana dell’Occidente poi contro i persecutori e nemici sunniti non hanno debellato la grande povertà di grandi masse come ai tempo dello Scià e come ci si aspettava dopo la cacciata dei profittatori stranieri. Ma questo poi è il dramma di tutto il Medio Oriente che, a differenza di Cina e poi India e anche Africa sub sahariana, non riesce a cogliere il treno del miglioramento economico.

I disordini di questi giorni hanno poco a che fare con la lunga resistenza ai supposti brogli del 2009 in occasione della contestata vittoria di Ahmadinejad. Quella contestazione era animata dai ceti più evoluti delle citta che non si capacitavano della sconfitta elettorale che era opera invece della parte più povera ed arretrata. Ora invece a protestare sono proprio quelle periferie che avevano sostenuto Ahmadinejad.

Non c’entrano niente quindi le aspirazioni alla democrazia, la difesa dei diritti umani, istanze progressiste. C’è il più elementare problema della miseria, della disoccupazione, del risentimento perché si dissipano fondi per teatri di guerra, dalla Siria allo Yemen che non interessano direttamente l’Iran invece di usarli per soccorrere i più poveri.

Trump e non solo Trump ma un po’ tutto l’Occidente parla di democrazia e di diritti umani calpestati in Iran: questo è vero certamente ma i disordini non nascono certo dalla loro mancanza. In realtà Trump, in modo imprevisto, ha avuto un successo davvero inaspettato: l’Iran, considerata come il nemico, è entrata in crisi, non si sa di quanto.

E’ stato proprio il voltafaccia di Trump a innescare infatti il malcontento generale. Noi non vediamo in che modo la crisi dell’Iran possa giovare al Medio Oriente e tanto meno all’Occidente, ma se questo era lo scopo di Trump bisogna riconoscere che è un successo non di poco di Trump.

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*