La legge in Polonia sulla Shoah

La legge in Polonia sulla Shoah

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La legge approvata in Polonia ha suscitato, com’era prevedibile, infinite polemiche e anche una legge quasi di ritorsione in Israele. Cerchiamo di puntualizzare cosa dice effettivamente, a quale contesto storico si riferisce e soprattutto l’opportunità di leggi del genere.

Il punto di partenza è stata l’espressione “lager polacchi” per indicare quei campi posti in terra polacca dai nazisti durante l’occupazione che farebbero pensare invece che essi siano stati impiantati dai Polacchi (ad esempio: Auschwitz che non è nemmeno un nome polacco). Ci sembra veramente più una imprecisione e non ci pare che in questo modo si voglia darne la responsabilità ai Polacchi. La legge però punisce anche “coloro che pubblicamente e contro i fatti attribuiscono alla nazione polacca o allo stato polacco la responsabilità o la corresponsabilità di crimini compiuti dal Terzo Reich tedesco oppure i crimini contro l’umanità, contro la pace nonché altri crimini durante la guerra”.

La formulazione ci pare molto ampia, tale da permettere interpretazioni estensive. Il reato è punito con una sanzione che da una multa può arrivare anche al carcere fino a tre anni e si applica anche a stranieri dovunque sia avvenuto il reato. Al di là della lettera della legge, quello che si vuole vietare di dire è che i Polacchi siano responsabili o complici della Shoah.

Dal punto di vista storico bisogna ricordare che l’antisemitismo non fu una prerogativa della sola Germania nazista: esso fu ampiamente diffuso un po’ dappertutto e particolarmente nell’Europa orientale e quindi anche nella Polonia occupata. Tuttavia una cosa è l’antisemitismo (o anche l’antiebraismo) una cosa è la Shoah. La cacciata di ebrei da uno stato è cosa purtroppo abbastanza comune nella storia. È rimasto nella memoria quella della Spagna del 1492: ma in realtà gli ebrei erano già stati espulsi prima da Inghilterra e Francia e dalla Germania. Infatti ricordiamo che nell’Europa orientale gli ebrei parlavano ancora l’iddish che è un dialetto alto tedesco che parlavano i loro avi quando erano in Germania. Qua e là scoppiarono pure terribili episodi di violenze popolari, di massacri sia nel mondo cristiano che in quello islamico. In nessun caso però avvenne qualcosa di paragonabile alla Shoah. In essa gli ebrei, a milioni, furono tutti deportati e poi sterminati in lager in modo scientifico, possiamo dire, ad opera e per ordine diretto delle autorità naziste: qualcosa di molto diverso da scoppi incontrollati di furia popolare comuni nella storia. In fondo la Shoah fu possibile anche perché gli ebrei non si opposero attivamente, sicuri che prima o dopo la follia persecutoria si sarebbe placata come era sempre avvenuto e che la passività era il modo migliore per reagire: mica potevano ucciderli tutti E invece li uccisero veramente tutti dopo aver sfruttato fino allo stremo la loro forza lavoro.

Da questo punto di vista possiamo dire che in Polonia vi fu antisemitismo (come un po’ dovunque) ma che la Shoah non fu certo opera loro, anzi essi soffrirono più di ogni altro popolo per opera dei nazisti

Il problema generale è che le leggi dello stato non debbano, non possono imporre verità storiche (e di nessun altro genere). Il problema nasce quando si cominciò a invocare e purtroppo ad approvare leggi contro i negazionisti della Shoah. In realtà in questo modo si finisce con il fare un piacere ai negazionisti stessi che possono dirsi dei perseguitati della verità invece di confrontarsi seriamente con le prove storiche e testimoniali che sono schiaccianti. Tutto il mondo arabo mussulmano ha infatti pensato che la Shoah fosse una bufala colossale inventata dagli ebrei per occupare un territorio, la Palestina (che comunque con la Shoah non c’entra niente). Ahmadinejad convocò addirittura un congresso di negazionisti. Il fatto che lo neghino lo dicono anche storici occidentali e che per questo sono perseguiti appare una prova convincente Nella prospettiva di un accomodamento con gli Occidentali, Rouhani si è dissociato ufficialmente da queste posizioni

Si parla di una legge israeliana che punirebbe chi sminuisce le complicità con i nazisti ma si tratta anche qui di posizione speculare a quella polacca. Sulla stessa linea abbiamo le leggi turche che puniscono chi afferma il genocidio armeno. In questo caso notiamo, en passant, che le stesse autorità turche nel primo dopoguerra condannarono i responsabili di quel terribile massacro più di 20 anni prima del processo di Norimberga.

È vero che la politica e lo stato costruiscono pur sempre dei miti storici per giustificare questo o quello. Per restare in Italia ricordiamo, ad esempio, la trasformazione in mito del Risorgimento o anche per qualche verso della Resistenza. Diciamo pure che è nella prassi di ogni tempo e di ogni luogo rivisitare la storia a fini politici e che il fatto può dare anche buoni risultati anche sul piano etico.

Ma stabilire la verità per legge, considerando criminali quelli che la mettono in dubbio, è contrario non solo alla democrazia ma anche al buon senso e finisce con il dare un’aurea di perseguitato a chi in fondo dice solo sciocchezze.

Nel passato si sono eretti i roghi per gli eretici: ma questo avveniva in un contesto in cui si pensava di possedere la verità divina e logicamente chi si opponeva ad essa era una pura espressione demoniaca del male. Ma le nostre società democratiche si fondono sulla libertà di pensiero, di opinione. Chi è in minoranza non necessariamente ha torto, anzi potrebbe avere anche ragione. Questo è il punto centrale della democrazia. Ci pare che considerare reato la negazione della Shoah, del genocidio armeno e questo o quello sia in insanabile contrasto con l’essenza della democrazia.

 

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