Oltre i miti sulla canzone popolare siciliana

Oltre i miti sulla canzone popolare siciliana

Print Friendly, PDF & Email

Il libro di Francesco “Ciccio” Giuffrida, L’acqua e lu pani, è un libro che tutti gli amanti della storia della canzone e del “sentire musicale” dovrebbero avere a casa. Non mi riferisco solo agli appassionati di musica popolare, ma a tutti coloro che credono che l’arte sia creazione collettiva, di popolo appunto. Si tratta di un saggio che raccoglie in diciotto capitoli relativamente disomogenei, le intuizioni e le “provocazioni” creative di un inguaribile appassionato di cultura popolare. Disomogenei semmai nella forma, non nella sostanza; i diciotto capitoli, infatti, sono legati da un robusto filo invisibile: il tentativo dell’autore di far chiarezza sui luoghi comuni e le mitologie che, nel corso degli anni, si sono addensati attorno ad alcune delle canzoni della tradizione siciliana.[1]
È un cosa che faccio sempre quando prendo in mano un nuovo libro: leggo la prima frase e l’ultima. Nel caso de L’acqua e lu pani, queste due frasi parlano, la prima, di una delle più struggenti melodie siciliane, di parole così forti da marchiare l’anima (Mi votu e mi rivotu) e, la seconda, della fondamentale opera del ragusano Giorgio Piccitto, il suo Vocabolario Siciliano (1977-2002).
Un’altra cosa che faccio è guardare se nelle alette, o in quarta di copertina, ci sia una nota biografica. È importante sapere qualcosa di chi per qualche ora o giorno ti sussurrerà i suoi pensieri all’orecchio. Nel nostro caso la breve nota biografica ci dice che questo ragazzo di settant’anni è nato a Catania e a Catania vive, ci dice anche che si occupa da 50 anni di canto popolare e sociale italiano, con una particolare predilezione per quello dell’isola. Nient’altro. Si intuisce, però, che non è possibile dedicarsi per mezzo secolo alla ricerca attorno a questo soggetto senza una grande determinazione e un’immensa passione. Questa nota è falsa, meglio, menzognera, perché omette un sacco di cose, non racconta della grande sensibilità, del gran rigore di Giuffrida, non dice della capacità di narrare con levità e serietà l’epopea di un popolo quasi fosse un romanzo, un corpus di canti e versi al quale la gente di Sicilia ha affidato le proprie istanze e le proprie rivendicazioni. Questa gente, che poi è la nostra (ma vale per tutti i popoli della terra), ha usato lo strumento che per indole o vocazione le era più congeniale: la voce. E la voce è cosa assai seria, perché “un populu diventa poviru e servu quannu i palori non figghianu palori e si manciunu tra d’iddi”. Buttitta conosceva l’amara realtà delle cose: la voce si affievolisce e non sa più raccontare il mondo, descriverlo, definirlo.
Il popolo siciliano per secoli ha avuto una voce, una voce ora sincera, ora tradita, ora ferita, una voce che si è impastata con il sudore di donne e uomini che con i denti hanno strappato alla terra la vita, che hanno gridato la voglia di rivolta attraverso una voce fatta di allusioni, rimandi e musica, tanta musica.
Ma il passato è cosa ingannevole assai: i siciliani hanno un rapporto veramente bizzarro col passato: malgrado i luoghi comuni, sono (siamo) persone enormemente permeabili alle novità, il nostro è un conservatorismo più di facciata che di sostanza, ne deriva che il passato, tutto il passato si fonde in un unico tempo mitico, un’età dell’oro o della sofferenza. Se da una parte, come sostiene Sciascia (e con lui Giuffrida), il siciliano (inteso non solo come idioma) non conosce il tempo futuro, è anche vero (aggiungo io) che predilige un unico grande tempo passato (gli italofoni lo definiscono impropriamente remoto) nel quale si addensa di tutto. Ma nel leggere L’acqua e lu pani, si avverte quasi l’insofferenza dell’autore verso questa simpatia del bel tempo che fu. Spostare le cose ad un’epoca passata, avvertita come lontanissima, permette di considerare tradizione (e quindi canonica) qualsiasi innovazione che le invenzioni del “folklore” moderno ci hanno consegnato. È il caso del tirollalleru nella canzone del Li Causi del 1951 Vitti ‘na crozza: inesistente nelle versioni fino alla prima metà degli anni ‘60 e aggiunto molto probabilmente in seno ad uno dei tanti ensemble folk del catanese; è il caso della sostituzione di ‘nterra con interi in Mi votu e mi rivotu, quasi a voler spostare da una dimensione contadina ad una più elevata il sentire d’amore, è il caso delle censure (Lamento di un servo ad un santo crocifisso, reso famoso da Modugno con il titolo di Malarazza [2]).
Il libro è arricchito da aneddoti, che aneddoti non sono, ché ci raccontano bene dei pregiudizi e delle violenze che la nostra canzone ha subito.
Ma Giuffrida nel suo libro ha il grande merito di aver preso in mano con rispetto e amore questo patrimonio di canzoni, di averlo mondato di quelle sovrapposizioni (spesso originate da sovrastrutture culturali e di potere) che, modificando parole e interpolando improbabili ritornelli, hanno nascosto la vera voce del popolo. L’autore riesce a restituire questa voce in purezza, con grande senso della misura e passione, perché quando si parla delle nostre gente, dei siciliani, non può che essere così.
Il libro serve a ricordarci i tanti autori e interpreti che hanno reso grande questa epopea minima: Rosa Balistreri, Ignazio Buttitta, Serafino Amabile Guastella, Giuseppe Pitré, Giuseppe Cocchiara, Ciccio Busacca e tanti altri e tra questi il Beethoven di Ribera, quel dimenticato Giuseppe Ganduscio dalla cui voce, parafrasando Dostoevskij, sono usciti tutti i grandi interpreti della musica popolare siciliana.[3] 
Il libro è arricchito da una prefazione del grande Nobel italiano, Dario Fo, con il quale Ciccio Giuffrida è stato legato da sincera amicizia e con il quale ha collaborato fin dai tempi di Ci ragiono e canto n. 3 (1973).
Come si vede, dunque, nel libro di Francesco Giuffrida si aggirano, anzi si agitano tanti fantasmi, sono fantasmi che hanno nomi e cognomi, sorrisi e voci, sono spettri che ci ricordano quello che in parte non eravamo, quel che poi siamo diventati e quel che purtroppo rischiamo di continuare a lungo ad essere: poveri e servi. E questo però, lasciatemelo dire, oggi non ce lo possiamo più permettere.
_____
[1] Bisogna ricordare che la canzuna siciliana è un tipo di componimento formato da una ottava (talvolta anche più di una) di endecasillabi a rima alternata. Un componimento che, tipico della narrazione in versi, in Sicilia è stato usato ampiamente anche in altri contesti.
[2] La vicenda del testo è oggetto di un’ampia trattazione nel libro di Giuffrida, ivi compresa la questione anche giudiziaria tra Dario Fo e Domenico Modugno.
[3] A proposito di Gogol’, Dostoevskij ebbe a dire « Siamo tutti usciti dal Cappotto di Gogol’ », nel senso che senza quel racconto non ci sarebbero stati i grandi scrittori del “realismo” russo.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*