“COPENAGHEN”: prima che il buio totale e definitivo avvolga la Terra.

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Sold out, grandi ovazioni e standing ovation finale al Teatro “L’Istrione” di Catania per la “mise en scène” di “Copenaghen”, dall’arguta penna del britannico Michael Frayn, dal 9 al 11 febbraio c.a. con l’attentissima regia di Valerio Santi, la direzione tecnica di Aldo Ciulla, light design di Ségolène Le Contellec, i costumi della Costumeria L’Istrione e le riprese video di Alfio Nicotra.

Quasi due ore ad ascoltare rapiti, concentratissimi, una vera e propria lezione di fisica nucleare; immedesimandoci e confondendoci in quei numeri, in quelle particelle atomiche ed immergendoci nella fisica quantistica senza avere alcuna “defaillance” nell’attenzione: questo è l’atto unico “Copenhagen”, scritto nel 1998 dalla mente geniale del drammaturgo inglese Michael Frayn.  Portato in scena con grandissimo successo per due stagioni consecutive dal regista Mauro Avogadro con tre attori straordinari quali Umberto Orsini, Massimo Popolizio e Giuliana Lojodice, “Copenaghen” è un’opera che analizza la storia dal punto di vista matematico rendendo comprensibile la fisica quantistica fino al punto di “umanizzarla”.

Lo stesso regista ed interprete, Valerio Santi scriverà nelle sue note di regia: “Prima di tutto ci tengo a ringraziare il Maestro Umberto Orsini e la sua compagnia per avermi concesso di mettere in scena questo testo. Rappresentare Copenaghen del drammaturgo britannico Michael Frayn è una responsabilità non da poco, così come dirigerne la messinscena e interpretarne uno dei personaggi. A dire il vero le responsabilità sono molteplici poiché si parla di storia vissuta, di personaggi realmente esistenti e che hanno cambiato il mondo, e poi perché parlare di nucleare oggi è senza dubbio “un fatto” non indifferente ed è assolutamente fondamentale, ma non per fare chiarezza sul passato, ma bensì per fare chiarezza su un futuro che è più presente di quanto si possa immaginare”.

Niels Bohr, famoso fisico teorico danese, per metà ebreo, vive a Copenaghen con la fiera e preparatissima moglie Margrethe. Un giorno del 1941 (la Danimarca è già stata invasa dalla Germania) ricevono l’inattesa visita dell’allievo più brillante, Werner Heisenberg, anch’egli fisico nucleare che ha scoperto il “principio di indeterminazione”. Questi, malgrado sia ebreo, ha accettato di collaborare con i nazisti, che gli permettono  di proseguire le proprie ricerche che contribuirebbero a determinare l’esito della guerra in atto.

Una scena nera circondata da lavagne piena all’inverosimile di formule matematiche e fisiche e arredata di sole  sedie ed un tavolo con le ruote che gli attori stessi spostano durante lo spettacolo, assistiamo a tre  diverse versioni di quel fatidico giorno del 1941, arricchite da altri ricordi che si inseriscono come uscite da quei cassetti semichiusi della memoria.

Fino a che punto può arrivare la follia umana? In che misura le scoperte  scientifiche si rendono colpevoli dei delitti dell’umanità? In “Copenaghen” Frayn  dimostra che alla base di qualsiasi evento storico, piccolo o grande, vi sia sempre la mente “delirante” dell’uomo, con i suoi timori, i suoi dubbi, le sue invidie, la sua sete di primeggiare sugli altri. E a farne le spese è l’umanità intera (basti pensare alle infauste conseguenze delle bombe sganciate su Hiroshima e Nagasaki).

Un testo di grande difficoltà, sia per la terminologia molto “tecnica” sia per i dialoghi così tanto intrecciati l’uno all’altro tanto da richiedere una concentrazione fuori dal comune da parte degli interpreti.

Bellissimi i pensieri dei personaggi che arrivano su registrazioni dai toni rarefatti ed arcani e l’effetto “ologramma” che permette a Werner Heisenberg di scomparire in un fitto buio per ricomparire in altro luogo e posizione.

Tre eccellenti attori in scena, esemplare affiatamento e padronanza, impeccabili nelle rispettive parti. Tre attori “coraggiosissimi” che si misurano e misurandosi arrivano dritti al cuore e alle coscienze facendo riflettere, commuovendo, emozionando.

Il convincente, preparato, deciso, duttile attore Francesco Russo è in scena l’orgoglioso fisico Niels Bohr.

La sempre bravissima, naturale ed incisiva attrice Irene Tetto è la moglie di Bohr, Margrethe che fa da tramite nel confronto verbale tra i due fisici divenendo quasi le loro coscienze e portandoli alla riflessione, alla comprensioni di alcuni passaggi del loro travagliato rapporto.

Il magistrale, impeccabile, impavido Valerio Santi interpreta Werner Heisenberg, ex allievo di Bohr, talentuoso fisico nucleare vicino alla costruzione della bomba atomica per il regime nazista.

Ma veramente l’uomo arriverebbe a costruire un oggetto capace di uccidere i propri figli, i propri nipoti, le mogli, i mariti, la propria famiglia? Quale sarebbe il risultato della decisione di usare un giorno la bomba atomica, frutto di anni ed anni di esperimenti di menti “geniali” come quella di Bohr ed Heisenberg?

“Copenaghen” si mostra con tanta disarmante chiarezza un testo di grande attualità.

Dunque, quale sarebbe il risultato dell’uso dell’atomica ai giorni nostri?

Nelle parole di Bohr troviamo la desolante, terribile risposta: “Il buio. Un buio totale e definitivo”.

Fotografie di Dino Stornello.

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