“IL CASELLANTE” – La metamorfosi di una madre mancata in una Sicilia violenta.

“IL CASELLANTE” – La metamorfosi di una madre mancata in una Sicilia violenta.

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Giovedì 8 marzo ha debuttato al Teatro ABC “Il Casellante”, spettacolo in cartellone per il Teatro “Brancati” adattamento teatrale dell’omonimo libro del ciclo cosiddetto “mitologico”  di Andrea Camilleri con l’attenta regia e le efficaci ed essenziali scene di Giuseppe Dipasquale, i costumi di Elisa Savi e le luci di Gianni Grasso.

 

Se è vero che nelle parole di un libro si cela l’anima dello scrittore (e noi ci crediamo), Andrea Camilleri ne “Il Casellante” rivela una spiccata predisposizione al crimine dal movente maniaco-sessuale non risparmiando al lettore-spettatore una serie di termini “crudi” e diretti.

La scelta di Dipasquale – Camilleri è quella di una “mise en scène” in cui la musica fa da splendida e gradevole cornice “ruffiana”: le bellissime ed adeguate musiche originali, rigorosamente dal vivo del maestro Mario Incudine, con la collaborazione di Antonio Vasta, fanno da traino smorzando i toni drammatici e qualche volta paradossali dell’intero spettacolo.

Due atti intensi dove, nel primo prevale la spensieratezza di una giovane coppia che aspetta di concepire un figlio tra personaggi che rivelano una “sicilianitudine” tipica degli scritti di Camilleri con un linguaggio “fantasioso” che spesso provoca grande ilarità e nel secondo c’è tutta la drammaticità dei postumi di una efferata violenza perpetrata ai danni di Minica che le fa perdere bambino e senno.

Uno spettacolo diretto con angoscianti scenari a “forti tinte”, non risparmia al pubblico alcun particolare, minuzioso nelle descrizioni soprattutto in quella dello stupro e in quello di un arcaico, casalingo, “stregonesco” spermiogramma da parte della mammana del paese.

Il quadro di una Sicilia arcaica che argomenta su una metamorfosi “mitologica” di una madre mancata in albero (un po’ come Pier delle Vigne nell’Inferno di Dante).

Una grande prova di attrice quella di Valeria Contadino, un’intensissima, appassionata, sferzante Minica Oliveri moglie del casellante Nino Zarcuto, un eccezionale, istrionico, Mario Incudine che, oltre a dare volto e cuore al personaggio di Nino, ha deliziato il pubblico con le sue originali, coinvolgenti ed incalzanti musiche.

La sua voce è profonda, possente, emozionante.

Suo compare di sonate, Totò Cozzo,  ‘Ntonio Trupia, Rosa Indelicato signorina del banco lotto, Belladonna ed un avventore sono tutti ben interpretati dal bravissimo attore, musicista, cantante Gianpaolo Romania.

 Moni Ovadia è in scena un reboante narratore, il casellante sostituto Michele Barrafato, la mammana del paese, l’esperta e diretta Donna Ciccina, un fascista locale Cavaliere Ingargiola, il Giudice e il barbiere Don Amedeo Vassallo.

L’attore Sergio Seminara interpreta Don Simone Tallarita, boss mafioso e Pintacuda. I carabinieri ed altri due avventori sono interpretati dai bravissimi musicisti Antonio Vasta e Antonio Putzu.

Si misi a rapriri e a chiuiri la vucca come se si ripassava le palori e po’ fici chiaro chiaro:

“Vinni ‘u tempu d’innistarimi”.

Voliva essiri ‘nnistata! “Ma pirchì voi addivintari àrbolo?” addimandò Nino dispirato.

L’occhi di Minica, per un sulo momento, tornaro a essiri vivi.

“Voglio fari frutti”.

Allura Nino accapì. Se non ce l’aviva potuto fari come fimmina ad aviri figli, voliva provari a fari frutti addivintando àrbolo.

E in quel momento giurò che l’avrebbi sempri accuntintata, a costo d’addivintari lui stisso concime, terra, filo d’erba, acqua.

E fu così che l’albero-Minica diede al mondo il suo disperato frutto.

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