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Alla “Sala Giuseppe Di Martino” di Via Caronda, 82 – Catania, grande successo dell’atto unico “Sperduti nel buio” (‘ntra lustru e scuru) – viaggio nell’inferno di Catania da Nino Martoglio a Pippo Fava, drammaturgia di Nino Bellia, produzione “Fabbricateatro”, dal 9 al 31 marzo c.a.

Nino Martoglio e Pippo Fava: due facce che si specchiano. Com’è possibile? Quali affinità esistono tra i due personaggi?

A parte la loro “sicilianità”, o sarebbe meglio dire “catanesità”, li accomuna sicuramente la loro morte “tragica”: Pippo Fava colpito a morte dai proiettili della mafia il 5 Gennaio dell’84 davanti al Teatro Verga di Catania (personaggio scomodo o delitto passionale?), Nino Martoglio invece, il 15 settembre del 1921 morì precipitando nella tromba dell’ascensore dell’appena ultimato Ospedale Vittorio Emanuele di Catania dove era andato a far visita al figlio (il cadavere venne ritrovato in una zona dell’ospedale ancora in costruzione).

“Sperduti nel buio” (‘ntra lustru e scuro) è uno spettacolo “originale” che tratta vizi e virtù catanesi, le contraddizioni di una città che attraverso la risata rivela la sua tragedia e con le luce porta in se ombre arcane e diaboliche. Tra tradizioni e tentativi di “elevazione” ed innovazione, l’attento, scrupoloso regista Elio Gimbo fa risaltare in modo efficace la drammaturgia di un testo sapiente e ben congeniato, quello di Nino Bellia.

Bernardo Perrone ha realizzato una  scena “semplice” ma efficace; emozionante ed incisiva la performance degli artisti che si muovono con grande padronanza su quella scena: portano lo spettatore a riflettere anche attraverso quella risata che spesso alimentano,  ma sempre con intelligenza.

Ad impreziosire il tutto, la calda e splendida voce a cappella di Cinzia Caminiti del gruppo “Schizzi d’arte” e la partecipazione della “Marionettistica Fratelli Napoli” nelle persone di Fiorenzo e Marco Napoli con due pupi: un diavolo e il famoso e simpaticissimo Peppenino, simbolo comico e saggio dell’Opra dei pupi catanese.

Si parte proprio dalla disgrazia di Nino Martoglio trovato morto da Don Procopio Ballacchieri e Cicca Stonchiti (due dei suoi personaggi più conosciuti) che chiedono aiuto a Peppenino.

Martoglio si sveglia ma perde la memoria dichiarando di essere D’Artagnan. Per riportarlo alla perduta identità, Don Procopio, Cicca e Peppenino si avvalgono di immagini catanesi del passato tra luci ed ombre, personaggi misteriosi ed inquietanti, la tradizione dei festeggiamenti agatini tra folklore e religiosità. Un viaggio “visivo” vibrante e veritiero abilmente realizzato dai filmati di Gianni Nicotra.

Nino Martoglio e Pippo Fava sono accomunati da un destino tragico ed entrambi esaltano la città “do liottru” con i suoi problemi infiniti ed infinite bellezze. Nel doppio ruolo di Martoglio – Fava c’è il sempre adeguato, signorile, elegante Giuseppe Carbone. Molto intensa la sua trasposizione davanti ad uno specchio.

Nel ruolo di una svampita Cicca Stonchiti è la sfavillante attrice Sabrina Tellico. L’istrionica, passionale ed appassiona attrice Cinzia Caminiti oltre ad intonare canti della tradizione catanese, interpreta una civitota, specchio della stessa Cicca.

Un diavolo volante, magistralmente condotto dall’eccellente “maniante”, Marco Napoli, reca con se l’inferno. Tormenta ossessivamente questi poveri catanesi irrequieti e spesse volte spauriti dal nulla, avvolti nel buio e nelle ombre del “malaffare”.

La grande esperienza, la professionalità, la potenza “do parraturi” dei pupi, Fiorenzo Napoli, dona voce, corpo ed anima al diavolo e a Peppenino. La famiglia Napoli per Catania è un’istituzione, un pilastro, un vanto indiscutibile.

Don Procopio Ballacchieri è ben interpretato, con grande padronanza, naturalezza e spiccata ironia, dal sempre adeguato attore Cosimo Coltraro.

Uno spettacolo che all’apparenza sembra semplice ma così non è. Una messa in scena pregna di cultura e significati, di grande amore per la propria terra, di evocazioni e malinconia, di misticismo, di eroismo.

Grandi e meritati applausi sottolineano la bravura del’intero cast.

“Sono diventato profondamente catanese, i miei figli sono nati e cresciuti a Catania, qui ho i miei pochissimi amici ed i molti nemici, in questa città ho patito tutti i miei dolori di uomo, le ansie, i dubbi, ed anche goduto la mia parte di felicità umana. Io amo questa città con un rapporto sentimentale preciso: quello che può avere un uomo che si è innamorato perdutamente di una puttana, e non può farci niente, è volgare, sporca, traditrice, si concede per denaro a chicchessia, è oscena, menzognera, volgare, prepotente, e però è anche ridente, allegra, violenta, conosce tutti i trucchi e i vizi dell’amore e glieli fa assaporare, poi scappa subito via con un altro; egli dovrebbe prenderla mille volte a calci in faccia, sputarle addosso “al diavolo, zoccola!”, ma il solo pensiero di abbandonarla gli riempie l’animo di oscurità”. (Giuseppe Fava)

 

 

 

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