La lobby Israeliana

La lobby Israeliana

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La decisione di Trump di spostare la ambasciata Usa a Gerusalemme, cioè di riconoscere ufficialmente l’annessione della citta contestata a Israele, ha riproposto all’attenzione il sostegno pressoché incondizionato che gli Usa prestano ad Israele.

Prendiamo spunto dall’opera di John Mearsheimer e Stephen Walt, pubblicata quasi 10 anni fa e tornata di attualità anche per un intervento sulla stampa degli stessi autori. Quando si parla di lobby israeliana non ci si riferisce ad oscure manovre, a complotti nascosti che muoverebbero la politica mondiale al di sotto delle motivazioni ufficiali che è molto diffusa a livello popolare ma respinta dagli analisti politici e storici. Non si parla di un oscuro complotto del tipo di quello che alcuni immaginano sia dietro l’attacco dell’11 settembre.

Si tratta invece di movimenti di opinione, sostenuti di gruppi organizzati, tutto alla luce del sole e chiaramente individuabili. Un punto importante è che in questo ambito non vi sono solo organizzazione ebraiche che, anzi, in fondo sono in minoranza e addirittura alcuni gruppi e organizzazione ebraiche sono addirittura contrari. La maggiore forza viene da gruppi non ebraici di ispirazione cristiana fondamentalista e laiche che, per complessi motivi, ritengono che gli USA debbano sostenere assolutamente Israele.

Come nasce questa convinzione? Per qualche gruppo fondamentalista cristiano si segue l’idea biblica che la Palestina appartiene agli Ebrei per volontà divina: è la stessa idea che guida i fondamentalisti ebrei in Israele che, sia pure in minoranza, sono in grado di condizionare profondamente la politica di Israele e rendono sempre più difficile la formazione di uno stato autonomo palestinese con il proliferare delle cosiddette colonie.

In linea più generale, però, il sostegno ad Israele nasce dai ricordi della Guerra Fredda. All’inizio ci fu la commozione di tutto l’Occidente, non solo degli USA, per la tragedia della shoah e in qualche modo anche un senso di colpa generale per non aver fatto abbastanza per impedirla. Negli anni ‘50, però, l’ostilità araba si rivolse per aiuti ed alleanza all’URSS e al comunismo internazionale. La lotta per la liberazione della Palestina, come si diceva allora, venne inquadrata come un aspetto della lotta dei popoli oppressi dal capitalismo, dal colonialismo e la sinistra in tutta Europa abbracciò molto acriticamente questa posizione. Il Fronte Nazionale di Liberazione era assimilato a tanti altri movimenti anticolonialisti con l’apporto dei quali il comunismo internazionale voleva conquistare il mondo intero. Israele invece era un paese democratico e liberista, un naturale alleato del mondo libero come si diceva. In realtà Israele dipendeva del tutto dagli aiuti e dall’appoggio americano che gli permise di vincere le guerre del ‘67 e soprattutto di trasformare le prime difficoltà della guerra del Kippur in una vittoria. In seguito il comunismo internazionale si è dissolto e allora la lotta contro Israele ha assunto aspetti di guerra santa. Se prima i combattenti venivano spesso dalle minoranze cristiane palestinesi, man mano sono i gruppi fondamentalisti islamici ad assumerne la direzione.

L’attentato dell’11 settembre e in seguito le guerre in Iraq e Afghanistan e il terrorismo in generale hanno ancora una volta fatto apparire Israele come il sicuro alleato contro i nemici dell’America.

In realtà le cose sono alquanto diverse. Innanzitutto, dopo la guerra dei Sei Giorni del ‘67, e dopo il disimpegno egiziano dopo la guerra del Kippur, Israele è ormai più che sicura e non ha avversari nella regione in grado di minacciarla seriamente. Se il conflitto permane e assume aspetti relativamente sanguinosi è perché Israele non mostra alcuna volontà di attenersi alla soluzione che universalmente viene accettata: la formazione di uno stato palestinese. E questo avviene soprattutto perché riesce ad avere l’appoggio incondizionato degli USA. In realtà quindi, come giustamente dicono gli arabi, sono in fondo gli USA a impedire la soluzione del problema. È vero che il fondamentalismo islamico è nemico comune: però bisogna pure considerare che la mancata soluzione del problema palestinese accentua e accende sempre di più l’odio verso gli Usa. Insomma è vero che l’11 settembre nasce dal fondamentalismo islamico ma è anche vero che esso a sua volta si nutre, e non poco, della questione palestinese (bin Laden presentò l’attacco come la giusta reazione all’oppressione dei Palestinesi).

La conclusione dei due autori, John Mearsheimer e Stephen Walt, è che in effetti la politica di appoggio palestinese a Israele è eccessiva e ingiustificata per una sia pure legittima difesa dell’esistenza di Israele e che in realtà invece rende nemici degli USA e crea odio e risentimento in una parte così ampia del mondo mussulmano. È contraria quindi gravemente agli interessi americani: la soluzione del conflitto invece sarebbe di grande aiuto all’immagine degli Usa nel mondo islamico e sarebbe un colpo grave per il terrorismo. Gioverebbe in fondo anche ad Israele che troverebbe uno stato di pace e sicurezza.

La società ebraica all’inizio fu sostanzialmente guidata da una mentalità laica, socialista, democratica ma in seguito correnti intransigenti fondamentaliste hanno finito con il prevalere e condizionarne la politica. Alla fine il fondamentalismo ebraico non è migliore di quello islamico, anzi, anche se non minaccia l’Occidente.

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