Perchè il rugby?

Perchè il rugby?

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Già, perché il rugby? Perché tanti ragazzi si appassionano a questo sport così rude e sporco? In effetti la prima considerazione porta a dire che sicuramente è un’attività dove lo sporco regna sovrano e dove gli atleti che lo praticano viaggiano dentro sudore e fango perché si gioca d’inverno e in molte azioni bisogna lanciarsi sulla palla, o trascinare gli avversari a terra. Di conseguenza l’abbigliamento si riempie di fango o erba tanto quanto la persona che lo indossa. Quindi è uno sport dove le macchie sono difficili da togliere. È uno sport sicuramente spettacolare che ricorda gli scontri tra antichi giganti sporchi appunto di terra o fango. È uno sport che appare come un caos generale tutto fatto di corse, lanci, zuffe e fischi arbitrali. In realtà è un incontro di logica e intelligenza dove gli schemi di gioco sono complicati e la tempestività esecutiva essenziale. Praticamente è un caos molto ordinato, dove tutti devono essere attivi per andare a meta che è la degna conclusione di tanti sforzi che implicano appunto “sudore e sangue”.

È solo questo o c’è tanto altro che impegna questi ragazzi a stare all’aria aperta correndo con un pallone in mano, per giunta ovale? Una palla infatti che salta e rimbalza dove non te lo aspetti. Arriva e va. Si deve prendere al volo e lanciare al compagno, senza esitazioni. Forse un po’ come la fortuna. E le regole? Vanno accettate. Punto. Chi non le rispetta viene punito. Forse un po’ come la vita. “Sicuramente è uno sfogo, dice un giovane rugbista, andare al campo ti libera la mente, ti ritrovi con amici e ti diverti. In quel momento tutti i problemi svaniscono, pensi solo a sostenere il tuo compagno di squadra per raggiungere il risultato”. “Il rugby è fatto di sudore e fango ma è un’emozione accompagnata nel momento in cui giochi da una scarica di adrenalina indescrivibile – aggiunge un pilone dalla lunga carriera – solo al pensiero mi viene la pelle d’oca perché mi ricordo tutte le belle partite che negli anni mi sono fatto”. Ma non è il solo che non riesce ad allontanarsi dal mondo rugbistico: “Se pensi che oramai sono fuori età eppure gioco ancora con compagni giovanissimi. Perché è bellissimo alzare la testa in una giornata di allenamento con pioggia e freddo e vedere accanto a te dei ragazzini che condividono il tuo entusiasmo e ti rendi conto che nonostante l’età sei ancora innamorato di questo sport”. “La visione romantica condivisa da tutti coloro che giocano con la palla ovale ti porta a giocare con il freddo e nel fango in campi non proprio idonei – conclude un altro pilone – ma sei lì sul quel campo a passare la palla al tuo compagno”.

E il coraggio di entrare in campo sapendo che lo scontro duro porterà conseguenze dolorose? È uno sport dove il contatto fisico è indispensabile e nella foga dare e ricevere dolore è implicito. Dunque mette a dura prova anche il carattere. Consente di conoscere i propri limiti, controllare l’aggressività e accettare le conseguenze. “Se ti sei ben allenato sai come gestire le cadute o affrontare l’avversario, di conseguenza il rischio si riduce, ma comunque lo sport è questo, quando decidi di praticarlo sai a cosa vai incontro, sei consapevole che ti potrà succedere qualcosa. Tuttavia la paura la provi prima, una volta messo piede sul campo sei insieme alla tua squadra e quando senti il fischio dell’arbitro sparisce tutto, ti concentri solo sulle tecniche del gioco e l’adrenalina fa il resto – seconda linea, anni 16 – “Il rugbista innanzitutto è un masochista (ride il mediano di apertura), gode nello sfidare quella famosa soglia del dolore. Siamo un po’ particolari, noi rugbisti (ritorna serio), abbiamo alterato appunto la soglia del dolore ed è il motivo per il quale, nell’impatto con l’avversario, nonostante il male vai avanti ed è questo lo stimolo che ti porta a giocare anche se hai un ginocchio gonfio o altro e poi perché non puoi lasciare i tuoi compagni da soli la domenica quando hanno più bisogno di te”. “La sola paura, quella che proprio non mi piace, è che il rugby potrebbe essere trasformato in una specie di machismo. Negli ultimi anni lo sto vedendo, forse perché, grazie ai media, sta diventando uno sport conosciuto e di moda. Allora vedi anche compagni palestrati e che fanno uso di anabolizzanti o magari reduci dalla mentalità del calcio che arrivano al rugby convinti che basti il fisico per essere uomini. Queste influenze possono cambiare la mentalità del rugby e aggiungervi quell’aggressività inutile” – primo centro.

Abbiamo capito che giocare a rugby è formativo. Vuol dire abbracciare una serie di ideali che ti insegnano a crescere e a diventare un uomo, perché questo è lo sport che ha fatto del rispetto verso il compagno di squadra e ancor più verso l’avversario il suo motto d’onore. Giocare a rugby vuol dire imparare a capire cosa vuol dire essere un gruppo, perché il rugby ha un chiodo fisso e inamovibile: la squadra. Significa che fin da bambino percepisci di poter contare sui tuoi compagni tanto dentro al campo, quanto fuori. Ne fai parte. E una volta dentro corri, sudi e ti spacchi con essa e per essa. “Il rugby è uno sport di squadranon può essere giocato altrimenti, devi sostenere il tuo compagno fino alla fine, una meta non la puoi fare da solo, deve sempre esserci qualcun altro che ti passa la palla e il bello è proprio lì, devi sentirti una squadra. Non sicuramente come il calcio dove conta l’individuo. Qui siamo un tutt’uno e otteniamo il risultato solo grazie a questa unione” – mediano di apertura da 5 anni. “È una forma di cameratismo, ti senti parte di una fratellanza – ammette un pilone – giochi per il tuo compagno, è questo l’importante. Gli All Blacks insegnano, si passano la palla senza guardare indietro per verificare la presenza del proprio compagno, lo fanno perché sanno che il proprio compagno è lì, sempre…”.

Allora perché scegliere il rugby?

Soltanto perché insegna a essere responsabili gli uni degli altri, a conoscere i propri limiti, a controllare la paura, a condividere tutto con i propri compagni, a rispettare le regole, l’istituzione e l’avversario, a evitare scorrettezze e a stare insieme in un modo sicuramente diverso da Facebook o Twitter. Già, solo per questo…

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