Non solo Anna

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Tutti conosciamo la storia di Anna Frank, la ragazzina diventata simbolo della ferocia nazista, privata prima della sua adolescenza e poi della vita, morta ad Auschwitz con la sola colpa di essere ebrea. Ovviamente Anna non è stata la sola, i numeri delle vittime sono noti, meno noti i loro volti. Oggi a quello di Anna si aggiunge quello di una quindicenne polacca, Czeslawa Kwoka, anche lei scomparsa nell’inferno di Auschwitz. L’avremmo dimentica ammucchiandola sugli altri cadaveri se il fotografo Wilhelm Brasse non l’avesse immortalata, prima di morire, affidandola alla storia. Il prigioniero numero 3444, aveva il compito di fotografare i detenuti, gli appartenenti alle razze inferiori, che sedevano sul freddo sgabello, fatto girare su se stesso e azionato dallo stesso fotografo.

Di profilo, poi davanti, quindi di tre quarti.

Ed eccoli i suoi occhi di quindicenne innocente che ci guardano e ci rimandano la paura, lo smarrimento e l’incredulità di ciò che le sta accadendo. Un destino che non si era scelta e che non si meritava. Il taglio sul labbro testimonia la ferita inferta da una “Kapò” che la picchiò, con il bastone, perché Czeslawa non capiva la lingua e non le rispondeva. Czeslawa ha pianto per il dolore causato dal colpo ricevuto, si è asciugata qualche lacrima di bimba e si è offerta all’obiettivo. Immortalata, per l’ultima volta prima di essere spedita nella camera a gas, un mese dopo sua madre Katarzyna Kwoka, prigioniero numero 26946, come riporta la scrupolosa lista della documentazione nazista. Dei milioni di corpi deceduti, frutto della follia nazista, ammassati come oggetti, nei mucchi d’ossa, come se non avessero mai avuto una vita, una famiglia, sogni e speranze, quei lineamenti di bambina adolescente con il fazzoletto in testa e gli occhi grandi, ingenui e trasparenti, a noi spettatori moderni, ancora incapaci di trovare spiegazioni, testimoniano la realtà della storia di chi c’era e ancora oggi può rivelarla. Attraverso una fotografia resa ancora più vivida, dopo 75 anni, che l’artista brasiliana Marina Amaral ha colorato, aumentandone la potenza della dolorosa storia che quel volto racconta, a noi spettatori moderni, fa mostruosamente male, perché riporta a fior di pelle la crudeltà di una tragedia che ha piegato ogni istinto di umanità, nitida e terribile ancora adesso, come allora. Quell’orrore che oggi ha il nome di Czeslawa, uccisa nel campo di sterminio il 12 marzo 1943.

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