Il problema è solo della scuola?

Il problema è solo della scuola?

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Nel 2018 sono ben 24 gli insegnanti che hanno subito violenze verbali e fisiche da parte degli alunni. La sensazione avvertita dall’opinione pubblica riguardo a questo fenomeno decisamente in aumento è che ci troviamo difronte alla moda di offendere e picchiare i docenti.

Ma dobbiamo realmente fronteggiare l’eclissi dell’autorità?

Non possiamo non considerare che questa situazione emersa nelle scuole manifesta una crisi del sistema e una condizione difficile che esprime l’ambivalenza del rapporto tra scuola e famiglia. Se ci focalizziamo con eccessiva attenzione su questi episodi violenti rischiamo di perdere di vista l’aspetto pedagogico svolto dalla scuola e la professionalità esercitata dal corpo docente che incentiva e motiva gli alunni all’apprendimento nonostante uno stipendio che non valorizza la loro competenza e responsabilità. La qualità andrebbe ricompensata e la bassa retribuzione è il sinonimo della poca considerazione che la politica sta portando avanti da anni allontanando l’istituzione scuola dal concetto di prestigio. Del resto da tempo ci troviamo difronte a un arte del governo che non persegue i contenuti, ma che guarda al clamore mediatico e non alla concreta realizzazione di programmi e scelte da mettere in campo per il bene comune. Di conseguenza il clima di violenza nelle scuole è in stretto legame con la violenza sociale che respiriamo. È colpa di certi rappresentanti della politica italiana se si è sdoganata l’aggressività verbale e se le scene dispotiche sono oramai entrate a far parte quotidianamente del dibattito prima politico e poi pubblico. Ed è colpa del linguaggio di certi leader politici se i toni bellicosi, insulti e addirittura minacce sono ormai una costante in televisione, su Facebook e su altre piattaforme.

Se questo è l’esempio delle istituzioni perché i giovani non dovrebbero essere autorizzati a riprodurlo?

Ricondurre il problema della violenza nelle aule italiane al cattivo rapporto con gli insegnanti, che diminuisce il desiderio e la motivazione ad apprendere oppure all’inadeguatezza della scuola moderna è semplicistico e troppo facile. Per contro la scuola ha responsabilità precise che non vanno perse di vista. Va inoltre ricordato che anche tantissimi insegnanti hanno agito con inaudita violenza nei confronti degli alunni con pesanti conseguenze legali. Quindi la rabbia dilaga e ci troviamo ad affrontare un cambiamento sociale radicale.  Accentuare i comportamenti sbagliati dei ragazzi, sviscerandoli e descrivendoli nei dettagli in modo eccessivo, come fanno i media, favorendo solo l’aspetto della spettacolarizzazione degli avvenimenti, senza individuarne le cause, non giova al problema.  Emerge chiaramente che non sono solo i giovani, benché maleducati e superficiali, bensì la famiglia, le istituzioni e chi dovrebbe educarli, quindi la società stessa ad essere latitanti. Tutti buonisti e permissivisti in una società che induce al consumismo creando bisogni fittizi e proponendo idoli capricciosi e di discutibile moralità.

Dove sono finiti i valori, il rispetto delle regole e la fiducia?

D’altro canto se il voto in condotta, quello che aveva il potere di mettere in pericolo il passaggio alla classe successiva, la promozione è stato tolto perchè considerato inutile, di fatto si è consegnato ai giovani studenti il lasciapassare per fare quello che vogliono nel relazionarsi con gli altri e con l’ambiente scolastico. Lungi dall’essere nostalgici di un passato fatto di punizioni e di alunni solo ascoltatori non possiamo eludere che, indirettamente questa decisione offra agli studenti non meritevoli una grande possibilità. Attenuare le loro bravate e goliardate. Un ennesimo colpo all’autorevolezza che si aggiunge alla visione generale che disciplina, rigore e serietà siano diventati concetti inutili. Un colpo che inevitabilmente si riflette sul ruolo formativo della scuola che se da un lato è il principale luogo di apprendimento per i giovani, dall’altro è anche un luogo di socialità, dibattito e scambio.

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