Cosa sono le clausole di salvaguardia?

Cosa sono le clausole di salvaguardia?

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Da qualche tempo a questa parte, nel parlare dell’esigenza di dotare il Paese di un Governo nel pieno delle sue funzioni, si fa sempre più frequente cenno alle “clausole di salvaguardia” e al pericolo di aumenti dell’IVA.

Ma in cosa consistono queste clausole? E cosa o chi intendono salvaguardare?

La risposta a queste domande arriva da lontano, e più precisamente dall’estate del 2011, quando l’allora governo Berlusconi, per superare la bocciatura della manovra finanziaria da parte della Commissione Europea, si impegnò a reperire 20 miliardi di euro entro il 30 settembre 2012.

In caso contrario, a salvaguardia di tale impegno, il governo si obbligava ad effettuare drastici tagli alla spesa pubblica ed alle agevolazioni fiscali, oltre all’aumento di I.V.A. e accise sui carburanti.

Ecco, quindi, quale funzione svolgono queste clausole: salvaguardano il rispetto dei vincoli di bilancio U.E. dalle spese previste in quella manovra finanziaria.

Dopodiché sappiamo com’è andata a finire: le vicende legate all’aumento dello spread e dell’enorme debito pubblico italiano hanno costretto il governo Berlusconi alle dimissioni e propiziato l’avvento del governo Monti, che con le sue manovre “lacrime e sangue” riuscì a mettere ordine nei conti pubblici e a disinnescare gran parte delle clausole di salvaguardia, tranne quelle riguardanti l’aumento dell’I.V.A.

Da quel momento, i vari governi che si sono succeduti hanno reperito, annualmente, i fondi per sterilizzare parzialmente e temporaneamente le clausole di salvaguardia I.V.A., senza mai riuscire a disinnescarle, ed il motivo è semplice: l’aumento delle aliquote I.V.A. è una misura cosiddetta “strutturale”, cioè che produce i suoi effetti per un lasso di tempo non limitato; di conseguenza, le misure che ne sostituiscono i relativi introiti devono necessariamente avere carattere altrettanto strutturale (es. riforma delle pensioni, abolizione di agevolazioni fiscali, ecc.). Non essendo ipotizzabili né sostenibili ulteriori politiche di estrema austerità, soprattutto in periodi caratterizzati da una profonda recessione, come sono stati gli anni appena trascorsi, l’unica alternativa praticabile è consistita nel reperimento, anno per anno, delle somme sostitutive del mancato introito annuale relativo all’aumento dell’I.V.A.

L’ultima sterilizzazione di tali clausole l’ha effettuata il governo Gentiloni con la legge di bilancio 2018, nella quale sono stati stanziati circa circa 15 miliardi di euro per rinviare al 1° gennaio 2019 il temuto aumento dell’I.V.A.

Per cui, in assenza di ulteriori provvedimenti in merito, ecco quello che succederà il 1° gennaio 2019:

  • L’aliquota I.V.A. ordinaria (quella, per intenderci, che riguarda l’acquisto della maggior parte dei beni e servizi) passerà dal 22% al 24,20% per arrivare al 25% nel 2021;
  • L’aliquota I.V.A. agevolata (quella che riguarda l’acquisto di uova, latte, zucchero, lavori di edilizia agevolata, ecc.) passerà dal 10% all’11,5% per arrivare al 13% nel 2020.

Non è necessario essere dei grandi economisti per rendersi conto che il conseguente aumento dei prezzi provocherebbe una riduzione dei consumi con un effetto recessivo che andrebbe ad azzerare la già debole ripresa della nostra economia.

Per scongiurare tale pericolo, il governo (che tuttora non c’è e che niente, ad oggi, ci fa immaginare possa nascere) dovrebbe reperire circa 12,5 miliardi di euro nel 2019 e circa 20 miliardi di euro nel 2020; cosa non facile, soprattutto perché già i governi Renzi e Gentiloni hanno usufruito di una flessibilità di deficit per neutralizzare le clausole di salvaguardia, e c’è da scommettere che la Commissione Europea non sarà più disposta a concedere altri sconti. Quindi occorrerà effettuare tagli di spesa e/o aumentare le entrate: in soldoni, sarà necessario scontentare un sacco di gente, a cui ridurre le agevolazioni o aumentare le tasse.

Questa, quindi, sarà la prima questione che il prossimo governo, tecnico o politico che sia, dovrà affrontare.

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